Tratto da dagospia.com



Alberto Mattioli per “La Stampa”



{{IMG_SX}}E alla fine spuntò anche il marchio. Si chiama «Luciano Pavarotti» e l’Ufficio per l’Armonizzazione nel Mercato Interno dell’Unione Europea gli ha assegnato il numero 006176515. Ne ha richiesto la registrazione la titolare Nicoletta Mantovani, che ha depositato la domanda il 7 agosto 2007, un mese meno un giorno prima della morte di Pavarotti. A Bruxelles hanno terminato le verifiche il 7 settembre, il giorno dopo la scomparsa del tenore.



L’«elenco dei prodotti e dei servizi» per i quali non si potrà usare il nome Pavarotti se non con l’assenso della vedova, qualora il lungo iter della pratica approdi alla registrazione definitiva, è barocco nella sua puntigliosità burocratica: si va dai «preparati per la sbianca e altre sostanze per il bucato» agli estintori, dagli strumenti musicali al «materiale per l’istruzione o l’insegnamento», dallo «sciroppo di melassa» (e ogni altro possibile genere mangereccio) agli «articoli per fumatori», agli «alloggi temporanei». Insomma, non ci sarà un hotel Pavarotti. Mentre c’è già, depositata nel ‘96 e registrata due anni dopo, la «pizza Pavarotti», proprietà dei grandissimi magazzini Harrod’s di Londra.



È l’ultima puntata nella storia infinita dell’eredità Pavarotti. Il 29 febbraio, compleanno di Rossini, guarda le coincidenza, era stato pubblicato l’inventario dei beni del tenore, cento pagine nelle quali avevano colpito soprattutto due circostanze.

La prima, che il tenorissimo non era solo pieno di soldi, ma anche di debiti: al Monte dei Paschi di Siena, proprio la banca per la quale fu protagonista di una riuscita campagna pubblicitaria, ci sono circa 11 milioni di euro di scoperto, più un mutuo fondiario di quasi 2 e uno edilizio di 4 e mezzo. Totale: circa 17 milioni di euro, mentre le partecipazioni azionarie sono di società quasi tutte in liquidazione e gli immobili, tutto sommato, meno numerosi e meno prestigiosi di quel che si pensava.





L’altro aspetto è che nell’inventario sono elencati anche alcuni costumi di scena, autentici pezzi di gloria melodrammatica: la giacca in velluto marrone del cavalier Cavaradossi, il panciotto a quadretti marrone di Rodolfo il poeta, la giacca di velluto nero «con 14 bottoni», chiosa diligente il notaio dell’inventario, che tutti i giornali hanno attribuito all’Edgar di Puccini che Pavarotti mai cantò e che invece è probabilmente quella di Edgardo in Lucia di Lammermoor di Donizetti. Malinconie.



Resta da stabilire che fine faranno questi e gli altri più sostanziosi beni, dopo che l’ultimo dei tre testamenti del tenorissimo li ha attribuiti per metà alle quattro figlie (le tre del primo matrimonio e la piccola Alice, figlia di Nicoletta) e per metà alla vedova. Soprattutto, si tratta di capire se le tre figlie siano soddisfatte dello stato nel quale hanno trovato un patrimonio che forse non è più tale, dopo i vorticosi giri di partecipazioni e liquidazioni negli ultimi mesi del maestro.



Il tosto legale delle figlie, Fabrizio Corsini, aveva subito avvertito: «Per noi, il patrimonio va considerato nella sua interezza, ricomprendendovi anche tutto ciò che, in un modo o nell’altro, ne è uscito». Quindi anche i beni americani, oggetto del controverso trust per la vedova? Pare di sì. E comunque tutti i diritti d’autore, compresi quelli, «pesantissimi», sui dischi.



Dall’altra parte, l’altrettanto tosta avvocatessa Anna Maria Bernini, legale di Nicoletta, ripete che fra la sua cliente e le tre figlie i rapporti sono idilliaci. E si occupa della sua campagna elettorale, che la vede decima nella lista del Pdl per la Camera in Emilia. Suo padre, Giorgio Bernini, fu ministro nel Berlusconi I e l’amica Nicoletta si è recentemente fatta fotografare con Gianfranco Fini a Bologna.



Infine, una notizia curiosa. Uno dei compagni di briscola di Pavarotti, Luciano Ghelfi, è stato citato come teste nella causa, civile e non penale, che Nicoletta ha intentato alle due amiche che avevano parlato di rapporti tesi fra lei e il marito. Bene: sua figlia Annalisa ha scritto alla Mantovani una strana lettera aperta, chiedendole «di non costringere mio padre a testimoniare contro di te».