{{IMG_SX}}Roma, 5 novembre 2007 - Le confessioni di Ania Pieroni nel volume di Bruno Vespa L’amore e il potere – Da Rachele a Veronica un secolo di storia italiana, riprese da Dagospia


«Non ero la preferita, non ne ho il carattere. Ero l'unica. Tu sei la mia malattia, diceva.» Così comincia la lunga confessione di Ania Pieroni, che parla per la prima volta di se stessa e del suo grande amore per Bettino Craxi. Ora ha 50 anni, lo ha conosciuto a 23, e recentemente ha avuto un riconoscimento del suo ruolo perfino da Stefania: «Ania ha colmato la solitudine di mio padre. È una donna dotata di personalità».

«Mi chiamo Ania Pieroni, e non Anja, e le mie passioni sono l'opera, la musica classica, i viaggi e i cani.» La signora si presenta così. È nata a Roma nel 1957, nipote del podestà di Pescara, figlia di un uomo brillante («Bell'uomo, grande collezionista di jazz, cavaliere di Malta, ufficiale pilota per hobby, suonava il piano come pochi») e della figlia di un architetto tedesco («Madre socialista, padre liberale»). Elementari e medie nelle scuole private cattoliche, «ma poi chiesi a mio padre di togliermi perché quell'ambiente, nonostante fosse il mio, cominciava a non appartenermi più». S'iscrisse, dunque, al liceo Tasso, uno dei più rinomati di Roma, negli anni in cui il profumo del '68 aveva messo radici («Facevo ancora l'inchino e studiavo al Tasso. Che bel contrasto...»).

«Andai poi con mio padre a iscrivermi a scienze politiche: lui mi vedeva nella carriera diplomatica e, in fondo, aveva ragione. Con suo grande dolore e per motivi miei pratici, presi la strada del cinema, anche se io lì non c'entravo proprio niente, e sicuramente non mi consideravo un'attrice. Il fatto è che volevo lavorare, volevo crescere subito, entrare nella vita. Mi sono resa conto molto più tardi che mio padre aveva invece capito tutto di me.»

Ecco il ritratto e il breve curriculum che di lei traccia Laura Laurenzi nel suo già citato Infedeli: «Ania è di una bellezza vertiginosa ... fisico voluttuoso da pin up, occhi panoramici verde-azzurro carichi di malizia, ambizioni galoppanti di chi ha la vocazione a emergere ... Aveva esordito nel cinema giovanissima con Lattuada che la scelse per una piccola parte in Così come sei... un intreccio di amori lesbici e incestuosi. Sarà poi la seducente ragazza del gatto in Inferno, rosario di ammazzamenti horror diretto da Dario Argento. La popolana Fernanda nel Conte Tacchia di Sergio Corbucci. La sorella del vampiro in Fracchia contro Dracula, di Neri Parenti, girato quando Bettino è già a palazzo Chigi».

L'incontro fatale avvenne nel 1980, all'inizio del decennio craxiano per eccellenza. «Avevo circa 23 anni» mi dice Ania «e vivevo a Milano, dove mi sarei dovuta sposare [con il conte Roberto Gancia, della famiglia dei notissimi produttori di spumante], quando una cara amica socialista mi chiese di accompagnarla al Circolo Turati. Pioveva e arrivammo là con un taxi. La mia amica salutò tutti, io non conoscevo nessuno. Ci sedemmo a un tavolo lungo, privo di gente. Non avrei mai immaginato che il primo incontro con lui stava per avvenire lì e che l'ultimo sarebbe stato in Africa.

«Mi sentivo osservata sfacciatamente giù, dal fondo, la luce era bassa, cantavano. Era lui che mi guardava, lui che con la testa girata completamente verso di me, mi sorrideva, come dire?, a 360 gradi. Lo faceva affinché lo notassi: che bel sorriso fiero, che sguardo affascinante! Mi faceva quasi tenerezza questo suo oscillare in maniera vistosa avanti e indietro con il corpo, per poi appoggiarsi il braccio sulla fronte per guardarmi in estasi, incurante degli altri. Era così buffo! Questa sua insistenza, però, aveva fatto centro. Ma anch'io feci centro dicendo alla mia amica che ero stanca e avrei voluto andar via. Chi era quell'uomo?»
Ania sostiene di non aver riconosciuto immediatamente il segretario del Psi. «Ero ancora una borghesuccia pariolina, non seguivo la politica. Quando mi dissero che era Craxi, non sapevo che fosse il segretario socialista...»

Non fu difficile per Bettino procurarsi il numero di telefono della bella ragazza. «Dopo qualche giorno, appena arrivato a Roma mi contattò. Uscimmo io, lui e il suo collaboratore Cornelio Brandini. Alla fine del pranzo, mi domandò, candido candido, se volevo salire su da lui a bere qualcosa. La mia risposta fu, ovviamente, no. Uscimmo ancora due, tre, quattro volte, e la mia risposta era sempre la stessa. Veniva a prendermi a casa e a casa mi accompagnava dopo cena. Non era abituato all'idea che qualcuno potesse dirgli di no, ma per me, all'epoca, la cosa era normale. Dove andavamo? In una trattoria di via dei Coronari, a un passo dal Raphaél. Non mi ha mai portato in un ristorante di lusso. Li detestava. Dopo una ventina di giorni, accettai di salire nella sua piccola stanza d'albergo.»

«QUANDO STEFANIA MI STRAPPÒ UN ORECCHINO...»
Nacque così la storia d'amore tra Bettino e Ania.
«Sì, è proprio stata una grande storia d'amore, nel rispetto dei ruoli, nell'amicizia, nella solidarietà. Dieci anni passati insieme, tranne i pochi giorni di Ferragosto, nei quali io andavo in Sardegna da mia madre e lui in Tunisia. Ci chiamavamo sette, otto volte al giorno, come d'altronde faceva anche quando andava all'estero per lavoro. Io sempre lì, per farlo stare tranquillo, sempre da un'amica (esclusivamente donne, sia chiaro!) o con mia madre, di modo che potesse verificare ogni momento dove fossi, anche se non gli davo modo di dubitare.

«Vivevo esclusivamente per lui: era gelosissimo e possessivo, diffidente come non mai. "Tu sei la mia malattia" sospirava. Ho conquistato la sua stima e la sua fiducia molto lentamente. Non sapeva fare nemmeno una carezza, quando l'ho conosciuto, era come un selvaggio. Anzi, io dicevo, e lui rideva, che era un uomo delle caverne, che prende le donne per i capelli e le trascina. Capirai, trovò pane per i suoi denti! Non a caso mi aveva soprannominato "la Tigre del Raphaèl". Stefania "la Belva", io "la Tigre". Un bel duetto.»

Nel 1985, tra la Belva e la Tigre accadde un clamoroso incidente. «Avevo 25 anni» mi racconta Stefania «e a quell'età il mondo è bianco e nero, esistono i buoni e i cattivi, credevo alle fate buone e ai legami monogamici del principe azzurro. Io sono un po' gelosa di carattere e credetti di dover interpretare il ruolo di moglie, oltre che di figlia, immischiandomi in cose che non mi riguardavano. Una sera incontrai Ania a una festa prenatalizia della Sacis [la società della Rai che si occupava di distribuzione cinematografica] e le misi le mani addosso, strappandole un orecchino. Dovettero dividerci. Credo che Ania conservi ancora l'altro.»

«È vero, lo conservo ancora» conferma Ania. «Erano orecchini molto belli, di Buccellati. Quando Stefania me lo strappò, io non reagii, sempre per un riguardo" nei confronti di lui. [Ania non dice mai "Bettino" o "Craxi", ma sempre "lui".] Ma l'aspettai davanti all'albergo, anzi mi misi in macchina nella piazzetta per aspettarla, vederla scendere e... Non arrivò mai, perché quella sera andò a dormire altrove. Se lo avesse saputo, certo non si sarebbe tirata indietro. Comunque, quando risalii [da Craxi], con il sangue alla testa, lui mi disse: "Voi due, un giorno, mi farete morire!".»

«È vero,» mi racconta Stefania «mio padre le disse che noi due l'avremmo fatto morire. "Mi farete finire su tutti i giornali..." Quando mio padre morì, Ania mi cercò al telefono a Hammamet, ma io mi rifiutai di parlarle. Poi un giorno, qual-che anno fa, mi ha telefonato a Roma. Apprezzai il fatto che si fosse sempre comportata in modo discreto, sempre rispettosa della mia famiglia e della mia mamma. La vidi sotto un'altra dimensione. Ci incontrammo. Lei ha voluto bene a mio padre, mio padre a lei. Lei è stata una parte della vita di mio padre, perciò ho deciso di accoglierla.»

«Non mi ha mai parlato di cose private del partito» riprende Ania «non era uomo che raccontava o si vantava; né ha mai fatto una raccomandazione per me o per la mia famiglia, da nessuna parte, tantorneno in televisione. Il clientelismo non apparteneva alla sua vita, anzi era tutto ciò che odiava.»
Questo, però, non le ha impedito di lavorare a Raidue, la rete di riferimento del Psi... «L'ho fatto una sola volta. Mi diedero una particina in un programma di Gianni Boncompagni, mi pare si chiamasse "Galassia", e fu un fiasco tremendo. Lui non voleva che accettassi. "Non ne hai bisogno" mi diceva. "Perché devi farlo?"»

Craxi voleva Ania tutta per sé e non voleva alimentare i pettegolezzi, che sarebbero tuttavia esplosi, come vedremo, quando lei diventò la regina della televisione privata romana Gbr.
«In dieci anni» mi dice «non ho mai fatto un viaggio per non lasciarlo solo. Come potevo ringraziarlo di tutta la fiducia che riponeva in me, se non votando la mia vita a lui, che la votava a me? Raramente abbiamo frequentato i salotti (salvo eccezioni), anzi lui, coerente con le sue idee, li ha sempre evitati, e anche in questo eravamo simili.»

I salotti frequentati dalla coppia erano di amici fidati, ma mai Gettino e Ania si sono presentati insieme, da soli. Arrivavano separati, o c'era qualcuno che li accompagnava e si fermava per la serata.
«Era un uomo grande e semplice, di una nobiltà d'animo infinita» ricorda Ania. «Non sapeva, al contrario di me, che cosa fosse il lusso, e non lo amava; anzi, quando veniva a casa nostra, disprezzava le nostre tende di seta, per non parlare del titolo nobiliare di mia madre. Diceva che la sua casa aveva tende normali, e che il fatto che chiamassero mia madre marchesa era una cosa ridicola. Io rispondevo, impunita, che fra le tende di seta ero nata e fra le tende di seta volevo morire...

«Se la sera, a mezzanotte, mi veniva fame, e volevo un piatto di spaghetti, mi diceva arrabbiato: "Non si disturba la gente di notte, a quest'ora: tieniti la fame!". Quando uscivamo, io con il mio autista e lui con Nicola, c'incontravamo direttamente in casa di amici, soprattutto da Adelina Tattilo, da Paola Micara o dai Portoghesi, facendo finta di esserci incontrati lì per caso. Poi lui mandava via la scorta, passavamo la serata e si faceva riaccompagnare dal primo che se ne andava con una macchinetta qualsiasi. Alla mia domanda perché un presidente del Consiglio mandasse via la scorta, la risposta era: "Mentre noi ci divertiamo, loro starebbero sotto ad aspettare inutilmente. Hanno famiglia, sai?".

«Che lezioni di vita! Mi insegnava a volare: non voletti, voli immensi, di coerenza, di lealtà, e io imparavo. Quando sono salita al Raphaél da lui la prima volta, aveva una stanza piccolissima e una scrivania sormontata da carte disordinate, un televisore arcaico, senza telecomando, e una valanga di libri a terra da tutte le parti. Sul retro, una piccola stanza con un letto, un bagno e una radio di quelle che si vincono al supermercato con i punti della spesa. Così viveva uno degli uomini più importanti d'Italia, anche se allora era soltanto il segretario del Psi.»

«LA MIA VERITÀ SULLA TELEVISIONE GBR»
«Il mio primo regalo fu un televisore, ultimo modello, con telecomando. Dopo alcuni anni, cominciai a convincerlo ad allargarci un pochino, giusto lo spazio di tre divani, per con-sentire a qualcuno di sedersi. Gli regalavo ogni tanto quadri dell'Ottocento italiano: allora non erano così richiesti, e quindi non costavano eccessivamente. Oltre a tutto quello che riguardava Garibaldi, erano i soli a interessarlo.

«Non voleva che facessi cinema o televisione, e non voleva, ovviamente, che continuassi ad avere un fidanzato. Troncai la storia con Roberto Gancia dopo pochi mesi. Anche lui era venuto a sapere del mio mutamento di vita: la mia nuova storia era importante e non era possibile andare avanti. Nel frattempo, Vincenzo Balzamo [segretario amministrativo del Psi, ucciso da un infarto quando esplose Tangentopoli] rilevò una televisione, Gbr, dal fallimento. Per loro era molto importante avere una voce a Roma e mi chiesero se volevo occuparmi di trovare gli ospiti per un programma che si chiamava "Falchi della notte". All'epoca Gbr era ancora in uno scantinato in via Veneto, e fui io a portarla ai Parioli, nei locali annessi alla chiesa di San Roberto Bellarmino. Accettai, all'inizio molto timidamente. Poi da un programma me ne inventai un altro, e poi un altro, e poi un altro ancora, e poi tanti per una televisione intera.

«Volevo fare qualcosa di diverso dal solito giro di videocassette che si vedeva in giro. Non avevo soldi da buttare: mi servivano per trasmettere e per mantenere i dipendenti che avevo già trovato. E allora non ho fatto altro che usare la mia educazione, il mio intuito e la mia diplomazia. Che si fa, quando non si hanno i soldi per pagare gli ospiti dei pro-grammi? Si utilizza un altro ambiente: il mio. Certo, nessuno avrebbe osato dirmi di no, e così cominciai a chiedere ad ami-ci, medici, avvocati, casalinghe, nonne, mogli di ministri, lo stesso sindaco di Roma, di fare trasmissioni gratis, per le qua-li poi avrei cercato la tanto faticosa pubblicità locale. Ci chiamavano "i Garibaldini". Ed ecco il salotto di Paolo e Giovanna Portoghesi, Marta Marzotto, le trasmissioni di Fiorella Mancini, Fabrizia Cusani con la sua architettura, Maria Rita Parsi che risponde ai problemi della gente (con una sola tele-camera fissa), Alda D'Eusanio che presenta, un avvocato che recita poesie, un altro che risponde alle domande del pubblico, il mio autista Marcello che suona il piano, Vittoria Cappelli e Lucy Nesbit che presentano anche loro, Adelina Tattilo che parla dei suoi figli, il sindaco di Roma Franco Carraro che risponde ai cittadini...

Trasmissioni sulla donna, sulla medicina, sulla lirica, di politica, frasi d'amore durante il giorno. Monica Leofreddi, Simona Ventura, Enrico Papi, Gianni Ippoliti, donne socialiste che entravano e uscivano: parecchi ne ho lanciati, avevo occhio... Ad alcuni facevo addirittura portare l'arredamento da casa, e anch'io svuotavo la mia di quadri e oggetti, pur di attaccare qualcosa alle pareti nelle trasmissioni. Un mio carissimo amico, architetto, faceva le scenografie, dipingendole gratis. Osman Mancini si occupava della parte politica per il partito, e Fabio Alescio della parte sportiva. Era una Tv al femminile, dolce, chioccia, ma grintosa.

«Facevamo grandi presentazioni del palinsesto, ora all'Excelsior, ora al Grand Hotel, e a differenza di quanto si è letto, ottenevo questi spazi prestigiosi sempre gratis, o meglio in cambio di pubblicità. Così facemmo diventare Gbr la prima televisione privata romana, da ultima che era. E, per i socialisti, questa tribuna fu talmente importante che ci chiesero di aprirne anche in Umbria e in Abruzzo. All'inizio facevo dieci lavori insieme: ideatrice dei programmi, regista, aiutoregista, canzoni, trucco, direttore immagine, direttore programmi, direttore pubblicità, prendendo anche, a prezzi stracciati, i diritti sulle partite di calcio. L'unica cosa di cui non mi sono mai, dico mai, occupata era dell'amministrazione, se non per far risparmiare, naturalmente nei limiti del possibile. Anche perché, se avessero dovuto retribuirmi, ci sarebbero voluti troppi soldi. Non ci sarebbe stato davvero prezzo per quello che facevo e per la dedizione con cui svolgevo il mio lavoro. Anch'io, infatti, ero diventata socialista, e ci credevo.»


«SÌ, È VERO CHE POTEVO FARE E DISFARE...»
Questa è la verità di Ania Pieroni sulla televisione romana Gbr. Una verità virtuosa, senza macchie, senza chiaroscuri. La realtà, ovviamente, è più articolata. È indiscutibile che a cavallo della metà degli anni Ottanta, quando Craxi fu per quattro anni contemporaneamente segretario del Psi e presidente del Consiglio, l'Italia visse momenti in cui molti persero il senso della misura e si illusero che la crescita del paese – l'inflazione calava, l'economia tirava, la borsa galoppava – fosse inarrestabile. Ed è altrettanto indiscutibile che, in con-dizioni di questo genere, la lucidità di chi era al potere - come Craxi, appunto - si appannò, anche per il prestigio e la compiacenza della corte che lo circondava. Si è parlato di «nani e ballerine», e Craxi ne ha avuto intorno molti, ma non erano né gli uni né le altre Lucio Dalla, Riccardo Cocciante, Gianni Morandi, Claudio Baglioni, Massimo Troisi, che cantavano con Bettino e Ania in un prestigioso salotto al Gianicolo, come racconta la Laurenzi nel libro citato, né le personalità di spicco dell'impresa, della finanza e della cultura che si riconoscevano nel nuovo corso socialista e, perché no?, nell'«Italia da bere». L'esplosione di Gbr e il ruolo di Ania Pieroni vanno visti in quest'ottica. Non c'è dubbio che lei si fosse tuffata in quell'avventura anima e corpo, ma è altrettanto indubbio che, se non fosse stata nel cuore di Craxi, quell'opportunità non l'avrebbe avuta.

«Presto la soprannomineranno Claretta» scrive la Laurenzi. «Di lei si mormora sia l'unica persona in grado di dare ordini a Craxi quando Craxi governa l'Italia, la sola che osi contraddirlo, tenergli testa, imporgli scelte e decisioni ... Per Ania, quella dell'asse Craxi-Andreotti-Forlani, divenuto l'emblema negativo della Prima Repubblica, è davvero una stagione d'oro. Sono in tanti a renderle omaggio, a fare la fila per esse-re ammessi al bacio della pantofola, entrare nelle sue grazie, scaldarsi al riverbero del potere. È temuta, lusingata, corteggiatissima; si mormora che possa creare e distruggere una carriera semplicemente alzando il telefono. Gran dama del socialismo romano, è contesa dai salotti, inondata di suppliche, riverita più di un ministro. A una festa in suo onore viene inalberato uno striscione con un verso parafrasato dalla Tosca che le calza a pennello: "E avanti a lei tremava tutta Roma".»

È vero che lei poteva fare e disfare?, chiedo ad Ania Pieroni. «È vero» risponde ridendo. «Ma ritenevo di agire sempre a fin di bene e non credo di essermi mai montata la testa...»
Eppure, penso che qualche suo suggerimento Craxi l'abbia ascoltato. «Certo, mi dava un po' di retta... Chi gli ho consigliato? Per esempio, Giampaolo Sodano per la direzione di Raidue [designato dal Psi, Sodano si confermò, peraltro, un professionista capace]. Ma non molto di più. Lui non era uomo che mi chiedesse che cosa doveva fare...»
Parlavate di politica? «Pochissimo. Capitava quando eravamo insieme con altri amici.»
Le confidava disegni politici, ambizioni, delusioni? «Era un uomo troppo grande per confidare questo tipo di pensieri.»

Lei sa quanta gente si diceva fosse raccomandata da Craxi? «E lei sa quanta gente millantava una protezione che non aveva? Lui non ha mai alzato il telefono per raccomandare nessuno.»
Molta gente andava alla televisione di Ania Pieroni solo per compiacerla e per compiacere Craxi attraverso di lei, ma sempre nello stesso libro della Laurenzi c'è chi difende quel-l'esperienza, come Fiorella Mancini, la stilista veneziana storica amica di Gianni De Michelis: «Gbr era sostanzialmente una televisione di donne, una sorta di gineceo, dove a ognuna di noi era lasciata molta libertà creativa. Io avevo due programmi tutti miei, uno sui gay. Ricordo che non c'era nessuna censura. Ci divertivamo molto, eravamo amiche, sentivamo di far parte di una grande famiglia. Da Giovanna Portoghesi ad Alda D'Eusanio a Marta Marzotto: ognuna con il suo spazio, molto spazio. E stata una stagione straordinaria. Alle tavole rotonde di Gbr correvano tutti. Ricordo Silvio Berlusconi con il suo truccatore personale, attentissimo alle luci. Ricordo Giulio Andreotti. E tutti i leader, tutti i segretari di partito».

«La sera quando tornavo in albergo da noi [al Raphaél]» mi dice Ania «passando dall'ingresso sul retro per una forma di rispetto, tentavo di parlargli dei problemi della televisione, ma non voleva saperne. Come si faceva a parlare di queste robette terrene a uno come lui che stava sempre con la testa in altre cose? I commerci non gli interessavano, lui era un idealista, un grande, che amava l'Italia.»

«CI ADDORMENTAVAMO IN TERRAZZO, COME DUE BEDUINI»
Ecco, Craxi si è perduto proprio per questo. Da autentico leader politico qual era, si occupava dei grandi disegni, considerando quisquilie gli aspetti finanziari, grandi o meno grandi, rilevanti o meno rilevanti che fossero. Conosceva bene il mondo economico e finanziario, sapeva che per ogni lira versata ai partiti i maggiori imprenditori italiani ne guadagnava-no dieci, e che la struttura di tutti i partiti - e in particolare del Pci-Pds, che era la più grossa - veniva in larga parte finanziata illecitamente. Dunque, che cosa volete che gli importasse dei conti di Gbr, dei quali verosimilmente era all'oscuro? La sua donna romana, la sua «malattia», era felice di questo «giocattolo» (parola che lei rifiuta sdegnosamente nel nostro colloquio) e lo faceva funzionare bene. A lui bastava. E questa sua indifferenza per il dettaglio, chiamiamolo così, lo ha perduto.

«Anche se stava partendo un mio programma» continua il racconto di Ania «alle 20.30 dovevo tornare in albergo, per-ché lui mi voleva trovare là. Non potevo nemmeno guardare la trasmissione dalla nostra stanza perché succedeva il fini-mondo. A quell'ora Gbr non doveva più esistere, c'era solo lui. Ma è anche vero che mi diceva spesso: "Se gli altri osassero parlarmi come mi parli tu, li avrei già buttati dal terrazzo". Io ridevo e lo accontentavo in tutto; in fondo non sbagliava il giornale che mi definì: "Pugno di ferro in guanto. di velluto". Lui mi diceva: "Ania, ti voglio bene per come sei dentro, non mi interessa se sei grassa o magra". E io dimenticavo il padrone terribile che era. Mai una sera che mi abbia lasciata so-la in albergo, fatta eccezione per quando arrivavano Anna e Stefania, peraltro raramente.

Furono anni vissuti, intensamente, in una stanza d'albergo; le nostre serate goliardiche, i suoi discorsi che oggi ci mancano tanto, le passeggiate a piazza Navona, tra le bancarelle dove mi comprava di tutto, a cominciare dalle bambole, a prezzo maggiorato. D'estate, qual-che volta ci addormentavamo fuori in terrazzo, come due beduini, con le nostre coperte per terra, ricordandoci di quando andavo con i miei fratelli più piccoli a seminare volantini sulle automobili e ad attaccare poster, nascosti come delle ombre, nel nome del Garofano... Se poi volevo farlo arrabbiare un po', dovevo solo raccontargli di aver chiesto lo sconto in qualche negozio, e allora davvero le mie quotazioni scendevano al minimo. In dieci anni sono salita una sola volta sulla sua automobile di servizio. Non sono mai andata nel suo ufficio a Roma se non quando a Serenella, la segretaria, morì il cagnolino e io gliene regalai un altro. Parlavo con lei, da sempre e non ci eravamo mai incontrate di persona.

Nell'ufficio di Milano sarò andata tre volte. Non ho mai approfittato del mio ruolo, né lui me lo avrebbe mai permesso. Quando entrava in albergo la sera gli baciavo le mani, e quando usciva gliele riempivo nuovamente di baci. L'ho sempre protetto in questo amore, anche da se stesso. Abbiamo vissuto l'una per l'altro, sono stata una moglie, una madre, una figlia. Poi un giorno, quando lui era ancora "re", sono andata a cercare me stessa, e ho spezzato il mio e il suo cuore.»

Ania racconta con due righe di pudore il dramma sentimentale che interruppe la sua storia d'amore con Bettino. Nel 1991 s'innamorò di un giornalista di Gbr, Osman Mancini, che, come abbiamo visto, seguiva molto da vicino la politica del Psi per conto dell'emittente. Un uomo di assoluta fiducia del partito, quindi, anche se Ania mi assicura che Craxi non lo conosceva, e non c'è ragione di dubitarne.

Prova molto disagio a riferire i dettagli di questa storia: «Diciamo che, dopo dieci anni trascorsi in una stanza d'albergo per proteggere lui da tutto e da tutti, stavo male».


«MEGLIO TANGENTOPOLI, COSÌ NON PENSO AD ANIA»
Aveva messo in conto di interrompere la relazione con Craxi? «No, assolutamente. Gli avevo votato la vita. Sapevo che, se un giorno lo avessi lasciato, per entrambi sarebbe stato come morire.»

E allora? «Allora, nonostante tutto quello che ho appena detto, accadde che il rapporto di lavoro con Osman si trasformasse in qualcosa d'altro. Lui mi chiese la testa di Osman, e io non gliela diedi. Dopo un po', Osman si dimise e io dissi che questa era una cattiveria. Se lui [Craxi] non avesse fatto richiamare Mancini in Gbr, io non sarei tornata da lui. Lui, invece, si aspettava che fossi io a rinunciare a Osman, che gli dessi la sua testa. Alla fine di questo braccio di ferro, nessuno di noi due tornò indietro e le cose precipitarono. Con la morte nel cuore.»

Scrive la Laurenzi: «L'ira e la gelosia di Bettino, che li ha quasi colti in flagrante, coincidono con il declino dell'emittente. Dopo tanta finanza allegra il giocattolo di Ania versa ormai in pessime acque e ha accumulato un deficit di oltre sei miliardi e mezzo di lire. Analizzando minuziosamente i conti, nel '95 la Guardia di Finanza rileverà che con i fondi di Gbr Craxi pagava fra l'altro anche i fiori, soprattutto peonie, per la Pieroni: che dovevano rigorosamente essere bianchi e soprattutto molti. E preziosi».

Ania smentisce risolutamente di aver mai ricevuto fiori da Craxi («Non era uomo da fiori...») e che, come è stato scritto, mandasse a comprare per lei gioielli nelle aste di Christie's a Londra. «Niente di tutto questo. I regali che mi faceva erano le bambole di piazza Navona, strapagate. Lui era un padrone con un carattere da scappare. Ma poi aveva dolcezze infinite per me e per la mia famiglia. E mi diceva: sei l'unica donna che ho fatto dormire qui.»

Lei sapeva dell'enorme deficit accumulato da Gbr? «Non mi sono mai, dico mai, occupata dei bilanci della televisione. Lo facevano gli amministratori del partito. Noi cercavamo di prendere quanta più pubblicità locale era possibile. Io cercavo soprattutto di far risparmiare, portavo a pranzo i presi-denti di Roma e Lazio per avere le condizioni migliori. All'inizio, quando l'abbiamo presa dal fallimento, Gbr era una televisione sputtanata. Non è stato facile risollevarla. Se ci siamo riusciti, mi scusi, lo sì deve alla mia abilità e alla capacità di muovermi in un ambiente che conoscevo. «Poi fu Tangentopoli, e nella bufera ci rafforzammo: lui combatté come un leone, io dalle ingiurie ne uscii con onore.»

Lei fu inquisita per la vicenda Gbr... «Sì, ma dopo anni di indagini ne sono uscita completamente indenne. Si poté constatare che io, con le vicende dell'amministrazione, non c'entravo niente. Io ero disperata per lui, per una tragedia grave quanto la morte. E che alla morte portò davvero ... Una frase mi distrusse, riferita da lui a una nostra amica, Alba Calia: "Meglio Tangentopoli, così non penso ad Ania". Ma il vero amore non finisce mai. Andai più volte con Osman a trovarlo, perché poi anche i loro rapporti si normalizzarono. Sulla riva del mare, parlavamo con le lacrime agli occhi. Mi chiedeva della mia bellissima madre, di mio fratello Sergio, della nostra famiglia a cui lui voleva molto bene, e io gli raccontavo, gli raccontavo, e tutti e tre volevamo che quei momenti, così preziosi in parole e sentimenti, non avessero fine: "Osman, diceva, stai sempre vicino ad Ania". Poi, una telefonata, la voce sottile come un filo, un saluto, non capii. Il giorno dopo, di pomeriggio, il sole si fermò a Hammamet, e l'Africa fu la nostra ultima volta.»

Ania «ha colmato la solitudine di mio padre» ha detto nelle pagine precedenti Stefania Craxi. Dunque, ha torto Marina Ripa di Meana quando in un'intervista del 1994 afferma: «Credo che questa storia abbia fatto vacillare Bettìno, penso che sia stato uno dei motivi principali della sua eclissi»? E si sbaglia Cornelio Brandini, strettissimo collaborato-re di Craxi, quando attribuisce «ad Ania e agli ozi romani e salottieri il suo personale distacco da Bettino e parte degli insuccessi politici del Psi e del suo leader» (Ceccarelli, Il letto e il potere)?
«Ma per carità» reagisce indignata Ania Pieroni. «Io gli ho voluto un bene dell'anima, l'ho salvaguardato in tante occasioni e non ho bisogno di dimostrarlo. Quando ci siamo lasciati, è vero, lui ha avuto un momento molto drammatico, ma quello che dice Brandini è una cavolata. La verità è che Cornelio, come altri, era molto geloso del mio rapporto con lui. E non ne aveva motivo.»