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Il cuore in gola sulla pista della morte

Cinque mesi dopo la tragedia del Sic

Il nostro inviato sull’asfalto dove è finita la vita di Marco Simoncelli. Il dolore e il ricordo sempre fortissimi

dall’inviato Leo Turrini

Marco Simoncelli, il pilota di MotoGp morto a 24 anni sul circuito di Sepang (Infophoto)
Marco Simoncelli, il pilota di MotoGp morto a 24 anni sul circuito di Sepang (Infophoto)

Sepang, 21 marzo 2012 - IL RAGAZZO dice di chiamarsi Puang. Avrà sì e no vent’anni. E’ uno dei tanti che in Malesia campano con meno di ottanta euro al mese. «E quel week end di ottobre, per arrotondare, sono venuto a lavorare al circuito. Ho preso qualche soldo in più, ma è stata una esperienza terribile… ».
Puang probabilmente è stato l’ultimo a raccogliere un autografo particolare, la domenica di un evento dedicato alla MotoGp. Custodisce religiosamente il foglietto. «A me Marco Simoncelli piaceva da matti, aveva qualcosa di unico anche per noi asiatici. Non so se fosse un Campionissimo, so solo che era divertente, spettacolare. Non riesco a scordare il sorriso mentre scarabocchiava sul taccuino che gli avevo allungato… ».


LA MEMORIA. Sono passati quasi cinque mesi, da quel 23 ottobre 2011. Quando entrarono nelle case di tutti gli italiani le immagini di questo circuito. I box. L’asfalto. La partenza. L’incidente. L’angoscia di un padre senza più speranze. SuperSic, come lo chiamavamo tutti, che vola lontano lontano, come una stella troppo luminosa per restare visibile.
Da allora, a parte test ed eventi minori, lo sport del business, lo sport che fa spettacolo, non è più tornato qui. Si ripresenta adesso con la Formula Uno, attesa domenica dal ‘suo’ Gran Premio.
Eppure, credete a me che a Sepang ci sono stato spesso, è tutto diverso. Inevitabilmente diverso. Una volta arrivavi qui e ti veniva in mente un sorpasso di Schumi oppure una manovra al limite di Hamilton. O anche una derapata di Valentino Rossi. Invece adesso, anche se ti fa male al cuore, tutto ti parla di Marco. Dell’ultima esibizione in sella alla moto che tanto amava.
Del disastro che ha spezzato per sempre l’emozione che chiamiamo vita.


IL BARELLIERE. Sono andato sul luogo dell’incidente. Una di quelle cose inutili che fai per tentare di convincerti, scioccamente, che forse non è vero, che non può essere successo. Ma le illusioni valgono niente. Ti devi arrendere
all’irreparabile, immaginando con pudore la sofferenza estrema di chi è stato colpito nell’affetto più caro.
E’ una mattina malese qualsiasi. Passa un addetto alla pulizia della pista, deve togliere lo sporco, la polvere, fra un paio di giorni cominceranno a girare le monoposto, le Red Bull e le McLaren, le Ferrari e le Lotus, le Mercedes e le Toro Rosso. Si vede che forse ha notato il mio sguardo, insomma si ferma e si mette a parlare. Si chiama Idiah e quella domenica di ottobre c’era anche lui, a bordo pista. «Ma stavo in un’altra zona del tracciato — racconta —. Ed è stata una fortuna, perché chi era lì non riesce a scrollarsi di dosso le sensazioni che ha provato. Sa, c’era un mio amico, tra quelli che
portavano la barella del ragazzo italiano dopo l’incidente. Sono anche scivolati, nella concitazione dei soccorsi. Per Marco non c’era comunque più nulla da fare, ma l’amico per un mese non ha dormito… ».
Quando la Storia prende il posto della cronaca, i particolari possono diventare frammenti di un destino. Io lascio lo sguardo su quel pezzo di strada e sommessamente imbocco i sentieri della consolazione. Penso che Simoncelli sia uscito di scena, da questa scena, mentre stava facendo ciò che adorava fare. I ragazzi della Malesia, gli inservienti di Sepang, testimoni a ottanta euro al mese di una disgrazia che ha segnato anche il loro cuore, mi fanno capire di essere d’accordo.
E’ poco, ma sarà sempre abbastanza di fronte al Niente.

 

di Leo Turrini
 


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