Foligno (Perugia), 15 maggio 2017 - Hanno vinto ottimi velocisti come Gaviria e Greipel, sono arrivate le fughe, è andato in rosa il favorito Quintana: fin qui, però, è stato il Giro d'Italia di Michele Scarponi. E lo resterà: il vincitore finale di questa centesima edizione non potrà contare tanti striscioni, tante foto, tanti cartelli, tanti murales. E’ una lunga e affettuosa testimonianza: il ciclista marchigiano, scomparso a fine aprile in un incidente, è rimasto nel cuore degli italiani, nel modo più spontaneo e lieve.

Giro d'Italia, oggi riposo. Domani la crono

Forse perché la sua non è stata la tragica fine di una star sportiva, ma la morte di un atleta sul posto di lavoro, uscito di casa per andare ad allenarsi alle otto del mattino. Come tanti impiegati e studenti, come un italiano perbene, contento del suo lavoro: per questo la gente lo sente come un figlio suo. Inutile star qui a ricordare quali e quanti slogan il pubblico abbia finora dedicato a Michele: dalla Sardegna all’Abruzzo, passando per Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia e Molise, l’elenco è sterminato, oltre che vario.

Per tutti, valga un episodio accaduto alla partenza di Alghero: una signora giapponese, Kanae Kitamura, è arrivata in Sardegna per portare un segno di solidarietà concreta alla famiglia Scarponi. Funzionaria provinciale nella sua Kochi, è venuta apposta per stendere al villaggio di partenza uno striscione da lei composto per Michele. Un telo ornato da splendidi pappagallini azzurri realizzati in carta: meravigliosi origami, leggeri come il ricordo del ciclista che non c’è più, che proprio con un pappagallo era solito allenarsi. 

Non solo: prima della partenza, Kanae ha avvicinato con discrezione Stefano Zanini, direttore sportivo per la quale Scarponi correva, e gli ha consegnato una piccola busta, ornata con un ricamo e una piccola dedica: “dagli amanti del ciclismo giapponese". Dentro la busta, 200 euro, per Anna e i piccoli gemelli Giacomo e Tommaso. Un gesto molto più significativo di tante parole.

FOTO / I funerali di Michele Scarponi

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