Budapest, 3 agosto 2017 - «Come mi sento adesso ? Felice: dopo quasi sette anni ho realizzato il mio sogno, sono tornato a guidare una macchina di Formula Uno ‘contemporanea’, non un modello vecchio. Che futuro mi aspetta? Non lo so, è troppo presto per parlarne…». Budapest, un mercoledì di inizio agosto, nonché forse l’inizio di una vita nuova per Robert Kubica. Dal 6 febbraio 2011, giorno di un terribile schianto sulle strade della Liguria a bordo di una macchina da rally, il pilota polacco aspettava questo momento. Il ritorno in pista. Accolto da 10mila fan e in mezzo ai colleghi di una volta: Vettel, Raikkonen, eccetera. Lui e un mondo da ritrovare, da riconquistare, da riamare come capita nella vita quando ci si imbatte in una passione creduta e temuta persa per sempre. E invece…

Invece il test con la Renault, la scuderia che lo aveva sotto contratto all’epoca dell’incidente, è andato bene. Kubica ha chiuso la sessione di collaudo accumulando oltre cento giri dell’Hungaroring. In pratica, ha coperto la distanza di due Gran Premi. Reggendo splendidamente lo sforzo fisico: al termine delle prove, non si sentiva stanco. Anche il responso dei cronometri è stato incoraggiante: quarto tempo nella classifica complessiva, dominata dai due ferraristi. «Per me è stato come il primo giorno di scuola – ha ammesso Robert, formatosi come driver in Italia, tanti buoni amici tra Umbria, Toscana ed Emilia –. In questi sette anni la Formula Uno è cambiata tantissimo, c’è stata una vera e propria rivoluzione tecnologica. Ho cominciato a studiare, ecco».

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LA STORIA - Robert Kubica vanta un record simbolico: è stato il primo asso del volante figlio delle terre dell’Europa che fu comunista. Nato a Cracovia nel 1984, era bambino quando la rivoluzione pacifica di Lech Walesa anticipò il crollo del Muro di Berlino. La velocità del mutamento ha reso possibile ciò che per decenni era stato un miraggio: la crescita di un pilota venuto da oltre cortina. Sorretto da un talento notevolissimo, il conterraneo di Giovanni Paolo II ha bruciato le tappe. La Bmw gli ha aperto le porte del mondiale di Formula Uno già nel 2006. La devozione alla memoria del grande Papa forse ha aiutato Robert nel momento più difficile: uno spaventoso incidente in Canada, a Montreal, nel 2007. Ne uscì illeso, ringraziando il santino del Pontefice che sempre portava nell’abitacolo. E proprio lì, a Montreal, dodici mesi dopo, Kubica conquistò la vittoria numero uno in carriera.

LO CHOC -  Doveva essere la prima di una lunga serie. I grandi team si erano interessati a lui. La Renault lo aveva ingaggiato. La Ferrari lo aveva contattato per offrirgli un posto accanto a Fernando Alonso. «Senza quella disgrazia in Liguria – ricorda Stefano Domenicali, allora manager del Cavallino –, Robert si sarebbe vestito di rosso». Ma c’era in agguato il destino. Cinico e baro. Per divertimento e tenersi in allenamento, il polacco disputava qualche garetta nei rally. Fino a quella domenica mattina del febbraio 2011. San Lorenzo, comune di Testico, provincia di Savona. Un fuori strada, l’urto, le urla, le lamiere contorte. Kubica in fin di vita, salvato da medici bravissimi, che riescono anche a evitare l’amputazione del braccio destro, sbrindellato, sfasciato, distrutto. Mai più in Formula Uno, gli dissero.

E lui si è adattato, si è limitato a correre proprio nei rally, ma il fuoco covava sotto la cenere. Gli amici sapevano che non aveva rinunciato alla pazza idea. Giorni, mesi, anni di allenamenti segreti, per riacquistare confidenza con il braccio, per immaginarsi di nuovo all’interno di un abitacolo di una monoposto. I collaudi con vecchie vetture. La silenziosa lotta contro la rassegnazione. La Renault che prepara la macchina, quella del 2017, sistemandogli a sinistra entrambe le levette per cambiare le marce, così da togliere un minimo di stress al lato destro del corpo. Ieri, a Budapest, è andato tutto bene. Kubica va già più forte di Palmer, uno dei due piloti titolari della scuderia francese. Il resto chissà, il resto magari verrà, San Giovanni Paolo II vigila da Lassù. Forza Robert: ci sono amori che tornano, nella vita.

Gp Ungheria 2017, Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen (Lapresse)