Milano, 10 settembre 2017 - Viviamo nell’epoca della velocità, e chi va solo un po’ più lento finisce per nuotare controcorrente. Ma a volte l’impensabile accade e succede che un allenatore di una squadra professionistica di calcio, la Giana Erminio (Lega Pro, ex serie C) sia lo stesso da 22 anni, nell’arco di tempo in cui il famelico presidente Zamparini di allenatori ne ha consumati qualche migliaio. Era il 1995 quando Cesare Albè varcò le soglie della Giana, la squadra di Gorgonzola, una vita fa. Presidente del consiglio era Lamberto Dini, Bill Clinton stava alla Casa Bianca, la nazionale di calcio era allenata da Arrigo Sacchi, si pagava con la lira. E nell’estate del 2017, Cesare Albé è ancora là. Senza mai un esonero. Un emblema di fedeltà senza tempo, in una società che divora tutto in un attimo.

Una storia poco comune.

«Guardi se ha tempo da perdere ne parliamo, ma non credo ci sia molto da raccontare».

Le sembra normale che si possa rimanere alla guida di una squadra di calcio, ma anche di una qualsiasi altra società, per così tanto tempo? Ormai la fedeltà è un valore scomparso...

«Siamo in un mondo schizofrenico, specie nello sport professionistico, me ne rendo conto. Ma che le devo dire, so solo che quando l’anno scorso siamo usciti dai playoff per andare in B mia moglie era tutta contenta. Mi disse che se malauguratamente fossimo saliti in B avrei avuto ancora meno tempo di stare a casa».

Come è stato possibile questo miracolo di permanenza?

«Da noi alla Giana tutto è un po’ strano».

Strano?

«Siamo una piccola realtà sportiva che nel tempo è cresciuta, ma siamo partiti dal basso e abbiamo sempre mantenuto intatti gli stessi valori».

Nello sport professionistico di oggi gli unici valori che contano sono quelli scritti sugli assegni. Raiola insegna.

«Alla Giana è diverso. Almeno era diverso fino a quando siamo arrivati in Lega Pro. Ma abbiamo cercato di non cambiare niente. Per adesso ci siamo riusciti».

E lei insegna i valori anche ai professionisti?

«Sì, certo sono ragazzi e penso ne abbiano bisogno anche loro. Per reggere lo sport ad alto livello servono i valori interiori. Farei gli stessi discorsi se allenassi in società più grandi e serie superiori. Ma per per fortuna ancora in Serie C non girano gli stessi soldi che in A e B».

Lei quanto guadagna?

«Mille e quarantasei euro al mese netti, che è il minimo federale ed è obbligatorio. Peraltro mi fanno anche cumulo con la pensione da impiegato e quindi di fatto ci vado a rimettere».

Ma gli allenatori cambiano anche nel calcio dilettantistico. Ventidue anni sono tanti.

«Ho iniziato qui nel 1995. Era un passatempo frutto di una grande passione, perché lavoravo come impiegato in una azienda di telemunicazioni. E ho continuato a lavorare fino a quando non sono andato in pensione, qualche anno fa».

Lo sa vero che prima o poi tutti gli allenatori vengono esonerati.

«Un collega più famoso di me mi ha detto che non mi considera un allenatore fino a quando non sarò esonerato una volta. Considero l’esonero di un allenatore una umiliazione, perché quasi sempre paga colpe non sue».

E non teme quel giorno?

«No, anzi le dirò che non vedo l’ora. Starei più tempo con mia moglie e i miei nipoti».

Sta scherzando.

«Tutt’altro. Ho 67 anni, le trasferte sono più lunghe e pesano, da quando siamo tra i professionisti ci si deve allenare tutti i giorni e non tre volte alla settimana come facevamo tra i dilettanti. E poi diamo spazio anche ai giovani».

Anche questo è un ragionamento controcorrente. Siamo nel Paese in cui i vecchi non vogliono mollare mai.

«Vado ai raduni con i miei colleghi e li trovo tutti giovani, hanno quarant’anni e sono pieni di energie e di entusiasmo. È arrivato il momento che noi anziani ci facciamo un po’ da parte».

Ma se avesse altre offerte da altre squadre?

«Mi creda, non mi interessa niente. Tra i due vorrei smettere, ma non so come fare».

Vuole un consiglio?

«Magari».

Si faccia assumere da Zamparini e alla seconda sconfitta di fila ci pensa lui.