Londra, 10 agosto 2017 - Di Gianmarco Tamberi, domattina al debutto ai Mondiali londinesi di atletica nelle qualificazioni dell’alto, serbo un ricordo tenerissimo e straziante al tempo stesso. Un anno fa, Olimpiade di Rio. Il destino cinico e baro aveva spezzato le ali dell’airone marchigiano: appena stabilito a 2,39 uno straordinario record italiano, aveva sentito cedere una caviglia. E così ai Giochi, dove era atteso come sicuro protagonista, ci era andato, sì, ma come turista, per volontà di Malagò, sensibile numero uno dello sport italiano. Me l’ero trovato davanti, Gimbo, all’ingresso della piscina che ospitava la finale dei 1500 stile libero, la gara del suo caro amico Greg Paltrinieri. Saliva con le stampelle le scale che portavano alla tribuna e si capiva che aveva voglia di piangere. Non per il dolore fisico, che pure avvertiva. Bensì per la ferita emotiva che aveva lacerato la sua anima. «Greg è un grande e vincerà, se lo merita – mi disse con un sorriso sghembo – invece io sto malissimo, perché chissà quando mi si ripresenterà una occasione del genere».

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Si può pensare tutto il male possibile della Olimpiade in quanto tale, sfigurata com’è dal business, dalla corruzione, dal doping. Ma non sarebbe male rammentare a noi stessi che cosa rappresenti, quell’evento, per la gioventù che ha scelto di dedicarsi al sacrificio dell’agonismo, nella consapevolezza che se pratichi il salto in alto o il nuoto non guadagnerai mai come Neymar (e nemmeno come Balotelli, giusto per capirci fino in fondo).

Gli auguri. Da Roma, anche in ricordo di quella notte carioca, Paltrinieri, il Delfino d’Italia, ha mandato il suo incoraggiamento a Gimbo. «E’ anche grazie a Tamberi se ho capito che nella vita non ci sono soltanto le medaglie, perché può accadere che ti sfugga ciò cui avresti diritto senza che tu ne sia responsabile. A lui è capitato, siamo amici, gli sono vicino nello sforzo che sta facendo, alla fine il tempo è galantuomo, dicono così ed è bello pensare possa essere così davvero».

La medaglia. Eh, già. Quel pezzo di metallo che ti metti al collo se la tua fatica viene premiata dal risultato. Qualcosa che, un anno fa, quando l’airone marchigiano valeva i 2,39, era un obiettivo minimo. L’incidente è venuto a cambiare la storia, c’è stato anche un secondo intervento chirurgico a gennaio, insomma quella di Tamberi somiglia maledettamente ad una Odissea.

Mi viene difficile credere che Londra (domani, come detto, alle 12 le qualificazioni, domenica sera la finale) possa trasformarsi nella sua Itaca. Non è semplice, da quando è rientrato Gimbo non è mai andato oltre i 2,28.

Le parole. Lui, comunque, ha il diritto e il dovere di sognare il volo. «Non sono venuto a Londra per timbrare il cartellino – ha spiegato – Penso a questo mondiale da quando ho visto svanire il sogno olimpico. Mi rendo conto che non sono tra i favoriti, per salire sul podio debbo scavalcare i 2,33, sarebbe una cosa eccezionale. Eppure sento qualcosa dentro, ho persino l’impressione che anche i rivali facciano il tifo per me e poi mi ispiro all’esempio del mio grande amico Paltrinieri...». Vai, Gimbo. Meglio: decolla, se puoi.

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