ALL’INCONTRO del G7 sull’ambiente non partecipa la Cina, semplicemente perché non è parte del gruppo. Ed è un vero peccato perché la Cina, con il suo tumultuoso sviluppo, non solo è il più grande inquinatore del pianeta ma anche perché, con le sue prospettive di crescita, rende questo paese tra i principali arbitri dei nostri futuri equilibri ambientali. Il fatto più interessante è che la Cina, se non è ancora del tutto convertita, è tuttavia sulla strada di convertirsi a politiche ambientali maggiormente compatibili con un tollerabile futuro del nostro pianeta. Andando indietro nel tempo conviene ricordare che, quando la politica ambientale divenne finalmente un elemento di preoccupazione per la maggior parte dell’umanità e l’Unione Europea si adoperò per la firma del così detto protocollo di Kyoto (primo accordo internazionale dedicato a rallentare il progressivo ritmo di inquinamento) essa si trovò di fronte a una durissima opposizione da parte degli Stati Uniti e della Cina. La ragione era molto semplice: entrambi i paesi fondavano la propria politica energetica su due fonti estremamente inquinanti: il carbone e il petrolio. Le eredità storiche e gli interessi economici di entrambi i paesi spingevano inesorabilmente in questa direzione: con petrolio o carbone operavano infatti quasi tutte le le centrali elettriche e le fabbriche, oltre che, naturalmente, tutte le automobili. Un profondo disappunto quindi ma nessuno stupore nel constatare la feroce resistenza dei due imperi a modificare le politiche da sempre adottate. Non la cattiva coscienza ma il radicale peggioramento degli equilibri del pianeta ha indotto entrambi i paesi a un cambiamento di rotta.

SOPRATTUTTO IN CINA la situazione era infatti diventata intollerabile. Non solo a Pechino ma in quasi tutte le aree metropolitane l’aria si era resa irrespirabile, aumentando in modo radicale la morbilità e la mortalità dei cittadini. La Cina si è trovata in condizioni così drammatiche da essere costretta a chiudere per intere settimane le fabbriche di Pechino durante i giochi olimpici e in occasione di tutte le manifestazioni con un rilievo internazionale. Di conseguenza l’opinione pubblica si è mobilitata anche in un paese dove le proteste popolari non hanno in generale sufficiente forza per obbligare al cambiamento delle politiche di governo. Col passare degli anni in tutti i paesi del mondo la presa di coscienza è diventata però così diffusa da fare prevalere politiche più responsabili, nonostante l’opposizione dei produttori di carbone e di petrolio. Sia gli Stati Uniti che la Cina, dopo interminabili e difficili negoziati, hanno perciò cambiato direzione, fino a firmare, nel dicembre 2015, l’accordo di Parigi, che ha segnato un decisivo progresso nella politica dell’ambiente. Questa firma non ha evidentemente prodotto cambiamenti immediati nelle diverse forme di inquinamento che tanto affliggono la Cina ma la volontà del governo si è finalmente indirizzata verso una progressiva trasformazione delle tecniche produttive e dei sistemi di combustione delle autovetture. Questa politica, pur con molte contraddizioni, procede ancora oggi nella direzione definita dagli accordi di Parigi, nonostante l’opposizione di un certo numero di autorità provinciali e la difficoltà di adattarsi alle nuove direttive da parte di molte imprese. La Cina non è certo diventata un modello di rispetto degli equilibri ecologici ma si è almeno resa conto di dovere correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

L’EVOLUZIONE della politica energetica americana è stata in un certo modo parallela a quella cinese: nonostante robuste resistenze il presidente Obama ha spinto il passaggio dal carbone e dal petrolio verso energie meno inquinanti. Poi è arrivato Trump. E con lui la scelta di ritornare alle vecchie fonti di energia. Per questo motivo sarebbe stato bello assistere qui a Bologna ad un confronto tra i due grandi inquinatori, ma ci dovremo accontentare di un confronto fra i sostenitori degli accordi di Parigi e quelli che appoggiano la terribile nuova politica americana. Speriamo che, alla fine, prevalga l’azione dedicata, come auspica continuamente Papa Francesco, all’indispensabile salvaguardia del creato.