IN CANTINA si fa anche turismo. E di qualità. Ma sono in diversi a non averlo capito: lo Stato, che tarda a riconoscerlo con una legge ad hoc. E qualche ‘attore’ sul territorio, che non funziona come dovrebbe: la tirata d’orecchie è per diverse delle Strade del Vino, che non animano come sarebbe opportuno la nuova ondata dell’enoturismo, fenomeno da 14 milioni di visitatori per 5 miliardi di giro d’affari. E’ la foto, ma anche il grido, lanciata dalla recente convention delle Città del Vino tenuta in tre località dell’Umbria a vocazione di turismo vinicolo e gastronomico: Torgiano, Montefalco e Orvieto. Floriano Zambon, 55 anni, è il presidente dell’Associazione nazionale Città del Vino (450 associati), nonché ex sindaco di Conegliano, terra del Prosecco.
Qual è il ruolo delle Città del Vino?
«L’associazione nacque trent’anni fa su iniziativa di alcuni comuni della Toscana e del Piemonte dopo la storia del metanolo, per ragionare sui temi del comparto. Fu la svolta anche nell’approccio del consumatore al vino che da alimento diventava bevanda e scopriva la sua vera natura, quella di poesia della tavola. E l’Associazione ha avvicinatoe le amministrazioni a problematiche comuni: i piani regolatori, lo scambio di pratiche, l’esigenza di conciliare la produzione con territori antropizzatii».
Si legge anche un sostegno alla costituzione dei distretti rurali.
«Sì, se vuol dire la partecipazione di tutti, i produttori le comunità e chi le amministra. Dopo l’ alluvione di Refrontolo, tre anni fa, l’arma che ha spuntato le polemiche è l’esistenza di una filiera e di una rete comune. Dobbiamo lavorare uniti: le molecole per i trattamenti possono essere ridotte pur non puntando alla conversione biologica».
"Comuni e produttori lavorano insieme. La ricettività in due anni è cresciuta del 99 per cento"
I vantaggi dell’Associazione? 
«La rete. Abbiamo messo a disposizione strumenti, esperienze come i piani regolatori, i regolamenti di polizia rurale e altri protocolli, e la partecipazione ai bandi europei. E poi tante iniziative: Calici di Stelle con il Movimento per il Turismo del vino, la Selezione del Sindaco che è un concorso internazionale e un’occasione unica per le piccole partite. E poi l’Osservatorio sul turismo del vino». 
L’Italia crede all’Enoturismo? 
«Beh, si è presa coscienza che 14 milioni di ‘visitatori’ non sono trascurabili, e chiedono qualità del prodotto e servizi. E sono nate anche due proposte di legge». 
Quali i punti forti? 
«Il riconoscimento di questo segmento di turismo, e la possibilità per le cantine di svolgere questa pratica: oggi non potrebbero vendere artigianato e prodotti gastronomici tipici del territorio. Non solo: la cantina non ha identificazione, se espone un cartello è soggetta a tasse che non dovrebbero interessare l’attività turistica».
Non si rischiano doppioni e confusione tra Città, Strade e Movimento per il turismo del Vino?
«La legge sulle Strade risale al 1999 ma diverse c’erano già, solo che ci si è limitati a una registrazione notarile, e se ne sono istituite altre che non si muovono. I problemi non li risolvono le norme ma le teste. E i territori devono comprendere l’importanza della vendita in cantina».
C’è qualche caso virtuoso? 
«La Strada del Prosecco e Vini dei Colli Conegliano e Valdobbiadene. E’ avvantaggiata dal momento magico del Prosecco, ma si fa sentire: tra questa e quelle scritte solo sulla carta ce ne va. Devono essere veri strumenti di accoglienza e non solo di promozione». 
La ricettività funziona? 
«Un dato: dal 2017 al 2015 la ricettività delle Città del Vino (e non sono solo alberghi) è cresciuta del 99% contro una media nazionale del 28%. La domanda è sentita, l’offerta c’è. L’enoturista vuole mettere le mani, le cantine stesse sono diventate luoghi di accoglienza tra ospitalità, mostre d’arte, conferenze e tanto altro. Impensabile, fino a pochi anni fa».