SAREMO sempre grati a Paolo Monelli, per aver scritto nel 1935 il Ghiottone Errante, tra le prime guide alle osterie, alle cose buone e ai vini d’Italia, una cronaca autoriale, che narra l’esperienza della tavola e getta le basi della moderna critica eno gastronomica. Con un eloquio ironico e disincantato Monelli esplora l’Italia delle città e delle località minori, dando vita a un reportage eno culinario, in forma di diario, insieme all’illustratore (astemio) Giuseppe Novello. Soprannominato ‘il cronista col monocolo’, per la sua innata eleganza, Monelli è da ascrivere tra gli ambasciatori emeriti del vino, che l’Italia ha un po’ dimenticato, ma che meritano un posto d’onore. Dopo la laurea in Giurisprudenza, entrerà al Resto del Carlino come stenografo, con il direttore di allora Mario Missiroli, che lo chiamava ‘al stenograf intellettuèl’, per le sue raffinate letture, poi promosso inviato speciale in Cecoslovacchia e Polonia, si arruolerà volontario nella Prima Guerra Mondiale (avrà una medaglia di bronzo) e trarrà spunti per scrivere nel 1919 Scarpe al sole. Collaborerà con i più importanti quotidiani, continuando a scrivere libri, e sarà tra i fondatori del Premio Bagutta e del Premio Strega. Con il Ghiottone Errante, racconterà la Penisola del buono, bighellonando per le vigne, conoscendo i produttori, e le più significative insegne che offrivano allora la migliore cucina, dando cronaca di un Paese ricco di prelibatezze tutte da scoprire. Gli piacerà il Barbaresco «che ha la generosità dei forti, e penetra nel cuore col passo del buon guerriero», meglio se con un salamino magro d’Alessandria; ma anche il Barolo, «non dà alla testa, prepara un sonno calmo senza sogni, e la mattina dopo chiederete al mondo una battaglia da vincere»; o il Sassella di cinquant’anni, sposato alla scura e forte bresàola, «con quel colore che hanno gli infiniti crepuscoli estivi delle terre boreali». Berrà Bardolino, con salamino all’aglio; assaggerà Lugana «con polenta appena spaiolata»; si delizierà di Lambrusco di Sorbara, con calzagatti e gnocco fritto, «un’allegra spuma che si placa e dilegua»; in quel di Firenze conoscerà il Chianti, «serio e maestoso, come un gentiluomo in frac», meglio se con fagioli bianchi, arrosto e patate; e a Napoli godrà del vino di Gragnano «che sa di viola cotta al sole, e va giù senza chiasso». Un precursore, autore della prima vera ‘guida al gusto’, che persino il New York Times, il giorno della sua morte, il 19 novembre 1984, ricorderà come uno dei giornalisti e scrittori italiani più significativi.