E’ STATO per secoli il vino rustico, per migliorare il Montefalco rosso o da far appassire per le feste. Non si sa da dove venga, quell’uva rossa e polposa, potrebbero averla importata dalla Turchia i fraticelli di San Francesco, del resto Plinio il Vecchio ricordava che in zona si produceva un’uva pregiata ma la chiamava Itriola, il nome Sagrantina (al femminile) compare solo a metà del Cinquecento. Poi arrivò un industriale tessile, un torinese che già a metà degli anni Cinquanta, poco più che ventenne, vendeva corredi e biancherie per la casa nell’Italia Centrale. Uomo coraggioso e lungimirante, Arnaldo Caprai: negli anni Settanta si lascia affascinare dalla terra, e acquista 45 ettari a Montefalco con il sogno di fare vino.

COMINCIA così la fortuna di Montefalco, del suo Sagrantino e in pratica dell’intera Umbria vinicola, che proprio in questi giorni la prestigiosa Wine Enthusiast ha candidato al titolo di «Wine Region of the Year» accanto a colossi come Sonoma County in California, il Sud-Ouest della Francia, la Galizia in Spagna e Margaret River in Australia. Anche se, ad onor del vero, già l’area di Orvieto vanta una lunga storia con il suo bianco, e a Torgiano già dagli anni Sessanta un altro imprenditore di grande valore, Giorgio Lungarotti, aveva dato avvio a una bella impresa. Ma il Sagrantino fa presto boom. Premi, red carpet, Hollywood, recensioni eccellenti. E molto si deve al lavoro di Marco Caprai, il figlio di Arnaldo, che nel 1987 prende in mano le redini dell’azienda.

E’ lei il «re del Sagrantino»? «Devo tanto al lavoro di mio padre, che volle valorizzare il territorio quando la campagna soffriva l’abbandono. Da parte mia, pensai di coinvolgere l’università per valorizzare una varietà che comprendevo leggendo Veronelli quando parlava di selezioni clonali, di vinificazioni con un certo stile, di legni piccoli. Così nacque questo percorso veronelliano».

I numeri le hanno dato ragione. «Oggi produciamo un milione di bottiglie in 15 etichette su 150 ettari a vite. Io sono l’amministratore: siamo una cantina che fa formazione e ricerca, siamo sede di scuola e teniamo corsi, una master class all’interno e lezioni anche nelle elementari del territorio. Puntiamo sul digitale, che ha potenzialità inesplorate nell’agricoltura con l’internet delle cose per la gestione dei mezzi. La viticoltura di precisione è la strada del futuro».

A cosa attribuisce il successo del Sagrantino? «Era come un giovane atleta pieno di talento: noti le caratteristiche alle radici, ma bisogna vedere come cresce, come evolve. Noi abbiamo compreso che il Sagrantino ha le potenzialità da grande varietà internazionale, è la più internazionale tra le meno conosciute: struttura, longevità, eleganza, capacità di durare. Questo weekend, da venerdì a domenica, a Montefalco abbiamo Enologica, che festeggia i 25 anni della docg. Un’ottima occasione per capirlo».

Le gioie di questi trent’anni? «A ogni tempo la sua, ma molto importante fu la prima volta dei «tre bicchieri», nel 1996, con una recensione straordinaria. Poi il titolo di migliore cantina d’Europa, per noi, nel 2012 secondo Wine Enthusiast. E tante tavole importanti, i vip: Sharon Stone, Catherine Zeta Jones che ha brindato a Sagrantino per le nozze con Michael Douglas, Roberto Benigni che ci ha scelto per festeggiare l’Oscar». Fate anche un vino che si chiama «Spinning beauty».

Che vuol dire? «E’ l’omaggio alla filanda, al filo della tessitura e richiama il concetto di bellezza, di made in Italy, di cultura. Un vino unico, che cerca di interpretare un vecchio modello di raro vino che invecchia dieci anni, come l’Unico di Vega Sicilia in Spagna, il Penfolds australiano, lo Screaming Eagles americano, il Monfortino piemontese. Meno di mille bottiglie. Ma in Umbria ci sono cose che non si trovano altre regioni».