EUROPA matrigna per il Vigneto Italia. «Il mio mercato è sano, ho il terreno, voglio piantare più viti e non posso: è come aver messo del sughero sopra la crescita delle aziende». A lanciare il grido è Lamberto Frescobaldi, 54 anni, il ‘marchese contadino’ al timone della maison che produce vino da trenta generazioni. Chiede altri 50 ettari per produrre Chianti, Bolgheri e Vermentino. Ma può ottenere solo 9mila metri quadrati. Poco meno di un ettaro, insomma, la piccola vigna del pensionato che fa qualche bottiglia per sé e per gli amici. Colpa dell’Europa e di un giro di vite sulle autorizzazioni. Così quest’anno l’Italia, il più grande produttore a livello mondiale, ha richieste di espansione dei vigneti 25 volte superiori alla superficie consentita dalle normative del 2016. Ma non solo. Parlando, si scopre che qualche peccatuccio c’è anche tra chi produce.

Insomma, marchese Frescobaldi, qual è il problema? «L’Europa, e dunque anche l’Italia, è passata dal regime dei diritti a quello delle autorizzazioni, rilasciate per ogni Stato membro in ragione dell’1% della superficie vitata. Le domande vengono inviate alle Regioni, che cercano di accontentarle».

Già, ma in che modo? «Questa idea era nata in tempi di sovraproduzione e difficoltà di piazzare il vino, si pensava che nessuno fosse interessato a chiedere autorizzazioni. Invece c’è stato un forte aumento, però solo in Italia: il nostro paese ha 650mila ettari di vigne, se ne potevano chiedere altri 6.500, ma già il primo anno si era a quota 65mila, cioè al 10%, e il secondo addirittura oltre 90mila… E quindi si è dovuto fare un taglio secco».

"I Paesi nordeuropei puntano a limitare il consumo di alcol. Ma qui c'è un uso consapevole"

Ci deve essere un baco… «Certo. Se non si corregge il sistema delle richieste, l’anno prossimo saremo alle solite con l’impossibilità per chi vuole aumentare la produzione».

Qualche freno al prosecco, tanto per non fare nomi. «L’Europa parla di 1% a livello nazionale, l’Italia ha suddiviso in tanti 1% regionali. Allora ci vuole uno strumento per frenare le richieste estemporanee e per evitare che l’uva da prosecco sia piantata anche sui tetti, in modo che l’Igt Veneto non abbia aumenti a danni degli altri. Chi punta a 5 ettari non deve chiederne 50».

Con quale strumento? «Penso a fidejussioni ‘importanti’ sulle richieste. E se te l’assegno devi piantare: oggi invece si spara alto per avere un po’. Oppure ad altri strumenti per impedire che le finte domande vadano a drogare il dato degli agricoltori».

Lei per quali terreni aveva chiesto permessi? «A Castagneto Carducci, zona Bolgheri. E in Maremma dove c’è tanta superficie da utilizzare. Viviamo il fenomeno della crescita del Vermentino: ma se non lo sosteniamo non va. E per sostenerlo si deve investire: le piante, la manodopera, l’enologo, la cantina, il commerciale, un indotto eccezionale. Ma questa legislazione nega chance di crescita».

Fatto politico o tecnico? «Nell’Europa a 28/27, il Nord vede l’alcol in modo differente e punta a norme che restringano il consumo. Ma il nostro è un consumo consapevole, questo non è alcol ma vino, i ragazzi si schiantano di shottini, non con bottiglie da 10-15 euro. Ora ci sono zone d’Italia dove la ripresa trascina anche il vino, e sarebbe importante sostenerlo investendo».

Ma non ci sono lobby potenti a cui affidarsi? «L’Europa del vino non è così forte, siamo solo in tre. No, bisogna pensare ad altro».