«GLI UOMINI sono più conservatori, le donne invece hanno voglia di cambiare, sono più rivoluzionarie». Cinzia Canzian lo sa bene, anche da prima di fondare, nel 2005, Le vigne di Alice, cantina del Conegliano Valdobbiadene. E donna è anche l’enologa, Pier Francesca Bonicelli, con cui ha iniziato la nuova avventura, ispirata dal motto Life is a bubble. Un invito a prendere la vita con leggerezza e che racconta la loro scelta di puntare sulle bollicine, interpretando in modo personale il territorio che è culla del Prosecco. Ad esempio sperimentando la fermentazione in bottiglia, ma sempre dando importanza alle radici. Con un tocco tutto al femminile.
Cinzia, come è iniziata questa esperienza in rosa?
«Io arrivo da studi classici, ma mio nonno aveva vigneto e osteria. Anche se ovviamente da piccola il vino lo annusavo soltanto, ho ricordi forti che hanno influenzato il mio olfatto e le scelte successive».
Come Pier Francesca, anche lei lavorava nell’azienda del marito.
«Sì e non solo in quella, per anni anche nel Consorzio di tutela. Così ho avuto modo di sviluppare il mio pensiero sul Prosecco».
Qual è la vostra filosofia?
«Andare oltre le esperienze comuni, vedere fin dove può arrivare l’uva Glera, sia col metodo Charmat che con la fermentazione in bottiglia. Il nostro anno di svolta è stato il 2009, con il passaggio dalla Doc alla Docg. Il Prosecco superiore è diventato un territorio e abbiamo cercato di accentuare ancora di più la personalità dei nostri vini».
Ci faccia qualche esempio.

«Uno è il nostro metodo classico Prosecco superiore Alice.G, o il P.s. Integrale Brut, un metodo classico senza sboccatura. Angelo, dal nome di mio nonno, è un pas dosé ottenuto da Pinot nero».
Qualche altra particolarità?
«Con A fondo, abbiamo recuperato il modo in cui si faceva il Prosecco a inizio Novecento: un vino frizzante, che rifermentava in bottiglia in primavera con l’alzarsi della temperatura. Lo si scaraffava e lo si beveva velato».
Che stagione sta vivendo il Prosecco?
«Dieci anni fa tutti dicevano che era una moda e invece ha cambiato il modo di bere in tutto il mondo. E questo grazie ai produttori che sono partiti prima di me, che hanno comunicato un prodotto senza fronzoli, facile da bere, che si accompagna a qualunque piatto. Ormai è come un paio di jeans: non ne puoi fare a meno. Ora però c’è più attenzione a un prodotto di un certo tipo e di personalità».
Il vostro mercato?

«All’inizio soprattutto italiano, ma ora un 50% è estero. Lavoriamo soprattutto con gli Stati Uniti, ma anche Cina, Giappone e Australia».
Tornando al locale, avete puntato anche su un’uva come il Marzemino.
«Nel nostro Osé, un brut, raccontiamo il legame col territorio. E’ un’uva, che uniamo alla Glera, con una bella acidità e sentori di frutti rossi: il rosato è stato molto rilanciato, forse proprio dalle donne».
E infatti è una bottiglia che voi consigliate a chi vuole osare. I vostri vini come esprimono la femminilità?
«Ogni vino deve diventare un ricordo, lo umanizziamo, per questo proponiamo di accompagnarlo a qualcuno più che a qualcosa. Invitiamo ad approfondire legami».
Novità in arrivo?
«Non ci fermiamo mai, ora, ad esempio, sperimentiamo sboccature tardive. E lavoriamo molto anche sulla salute, dalla riduzione dei solfiti alla tutela dell’ambiente».