LA FISICITÀ e la gentilezza, il pragmatismo e le belle maniere. Silvano Brescianini è la metafora anche estetica della Barone Pizzini, socio fondatore e direttore generale di questa maison di blasone della Franciacorta, fianco occidentale del Bresciano, terra delle bollicine, della rifermentazione in bottiglia e delle uve chardonnay e pinot nero.

Vi definiscono «cantina bio». È un complimento? «L’approccio etico vale quanto la storia di questa azienda fondata nel lontano 1870. Alla fine degli Anni ’90 gli imprenditori appassionati al mondo enologico che hanno rilevato la vecchia proprietà dei Pizzini hanno voluto avviare una sperimentazione della viticoltura biologica. È rimasta la nostra firma: utilizzare unicamente sostanze organiche per mantenere la vigna sana, è appunto garanzia di qualità e salute. In Franciacorta siamo stati i primi ad ottenere la certificazione ISO 14064. La stessa cantina inaugurata nel 2007 è stata progettata dall’arch. Gasparotti seguendo rigidi criteri di bioedilizia».

Annata da dimenticare ma grandi soddisfazioni nell’export. «Certe gelate fuori stagione alla fine ridurranno i quantitativi di un buon 30%. Ma per la qualità valgono altri parametri e su questo sono ottimista. Sulle esportazioni? Certo, percentualmente si può fare di meglio, ma la Franciacorta sta conquistando posizioni in Giappone, Germania e Usa. La nostra azienda negli ultimi 2 anni ha avuto incrementi a doppia cifra, specie negli States».

L’elogio del Satèn «Chardonnay al 100%, bollicine finissime e persistenti, Setosità e morbidezza: È vero che spesso viene fatto passare per un vino destinato al mondo femminile? «Un po’ riduttivo: è un vino elegante e questo conta. Ma forse il vino che meglio ci rappresenta è l’Animante: 15 anni di esperienza bio, una selezione di 70 vini diversi e un blend finale di fine cremosità»..

Nel Bresciano producono oltre 300mila bottiglie, ma il cuore pulsa anche nel Centro Italia

Il paragone con lo Champagne è la vostra condanna? «È un confronto che non regge. La Franciacorta non ha la storia, la tradizione e i numeri della famosa regione transalpina. E del resto, la produzione totale del nostro Consorzio si attesta attorno ai 17 milioni di bottiglie, quota singola di alcune grandi maison francesi. Noi ci vediamo come alleati. Lo dicono le cifre: i mercati che amano lo Champagne sono gli stessi dove il Franciacorta vende bene. Peraltro, senza complessi d’inferiorità: alcune nostre bottiglie vengono proposte nei ristoranti di New York a un costo analogo se non superiore ad alcune note etichette di Reims ed Epernay».

Dicono che il vino sia un atto d’amore dell’uomo per la terra. «E non è retorica. È emblematica la passione con cui la Franciacorta in questi ultimi tempi sta cercando di recuperare un vitigno autoctono denominato Erbamat un tempo diffuso nel Bresciano e che era andato scomparendo. Stiamo sperimentando il suo reinserimento. Il risultato? Siamo ottimisti: è un uva tardiva, aggiungerà alla nostra produzione finezza e acidità. Anche il vino che arriva dal passato da noi ha un futuro».