Bologna, 2 Agosto 2017 - Il grande alfabeto delle emozioni di Concetto Pozzati si è interrotto ieri sera alle 21 a Bologna, dove ha vissuto tutta la vita, dove aveva lo studio a due passi dall’Accademia di Belle Arti. Pozzati nei suoi 81 anni ha saputo raccontare il segno, la natura, la libertà in modo diverso da tutti, per immagini spesso decontestualizzate ed estrapolate, per cicli di ricerca da consegnare al giudizio del pubblico. Con l’ironia leggera che fa pensare. Ha lasciato che l’estraniamento e lo scollamento di certe sue opere diventassero elemento di riflessione, poetica e consapevolezza: aveva ben chiaro il ruolo della pittura nel formare coscienza critica, conosceva e rappresentava il ruolo anche politico e l’impegno dell’artista. Pozzati è diventato Pozzati costruendo un ponte tra il segno arrabbiato dell’Informale spagnola di Tàpies e l’ironia della Pop Art romana, quella di Franco Angeli e Tano Festa.

Era nato a Vò di Padova il 1° dicembre del 1935 e aveva dovuto cercare una sua strada artistica tra quella del padre Mario e dello zio Sepo (al secolo Severo Pozzati). Un destino e una grande opportunità continuare una tradizione di famiglia sentita come un dovere, all’inizio nei confronti del padre, morto che lui era appena adolescente. Famiglia comacchiese trasferitasi a Bologna legata da sempre all’arte, a una concezione dell’arte in linea con i tempi: il padre Mario che durante la prima guerra mondiale frequenta a Ferrara De Pisis e Carrà; lo zio che espone insieme a Morandi e a Licini nella mostra di un giorno e mezzo all’Hotel Baglioni sempre a Bologna e poi anche lui, come il fratello e più ancora, che sceglie la strada della grafica pubblicitaria. Lavorano entrambi per l’agenzia Maga, Sepo _ come si firma dal ’23 _ va a Parigi e matura nel milieu degli italiani a Parigi, di Severini, Campigli e degli artisti del Salon de l’Escalier.

Concetto è la generazione successiva, quella che segue la lezione bolognese di Umberto Eco e del Gruppo ’63 e indaga il rapporto tra significante e significato. La prima Biennale a cui partecipa è quella di Robert Rauschenberg del ’64, che cambierà i pesi dell’arte nel mondo facendo pendere il piatto della bilancia dalla parte dell’America e degli artisti del giro di Leo Castelli. Concetto Pozzati vive i suoi giorni, come prima aveva scelto la pittura arrabbiata di Fautrier, poi nel confronto con il surrealismo di Sebastian Matta trova una strada distintiva. Disegno e scrittura, collage di materiali diversi, di carte e specchi, cuoio e plastica. Pozzati dagli anni ’60 mette in campo un repertorio immaginifico di temi della natura e di dialoghi immaginari con oggetti della quotidianità. <Memoria, ri-memoria, storia, ri-storia. Sono i quadri che ti guardano e che hanno gli occhi, oltre una loro oralità, anche dietro la nuca. Sono loro che si confrontano, si scelgono o si isolano individuando però il perché di quell'occhio sempre spalancato>, spiegava.