Roma, 29 novembre 2017 - Berlusconi contro Salvini, Salvini contro Berlusconi. Con la Meloni che a giorni alterni prova a fare da paciere o si mette in mezzo anche lei. La politica si interroga sulla capacità dei partiti - in questo caso il centrodestra - di fare cartello. "Non siete una coalizione unita", è l’accusa che più frequentemente viene rivolta a Forza Italia e Lega, alleanza che pure governa unita in regioni importanti come Lombardia, Veneto e Liguria. Ma è proprio necessario che una coalizione debba essere "unita"? Che tutte le entità che la compongono la pensino più o meno allo stesso modo su tutto? Quanto è ammissibile che ogni partito percorra una propria strada, insegua un proprio disegno? Le diatribe di questi giorni, verosimilmente destinate a durare anche per tutta la campagna elettorale, ricordano molto quanto accadeva durante la prima repubblica, quando nei "governi di coalizione" si dava per scontato che ognuno degli azionisti detenesse una propria agenda, e che su quella lavorasse.

Ricordate i confronti tra Bettino Craxi e Ciriaco De Mita, con la famosa "staffetta" che poi non si realizzò mai, o i duelli all’arma bianca tra ministri economici dei due partiti principali, Dc e Psi appunto, senza dimenticare il peso che in certi frangenti avevano o rivendicavano formazioni minori come Pli, Pri o Psdi? In quegli anni la conflittualità era insita nell’azione di governo, spesso tra forze che avevano un’estrazione culturale disomogenea e tra loro diversi obiettivi. Eravamo nell’epoca del proporzionale puro, per cui stava nelle cose che i partiti si sedessero al tavolo con le loro idee o le loro esigenze e battessero i pungni per metterle in pratica. Nessuno si scandalizzava degli scontri, che servivano più che altro a spostare il baricentro del potere da una corrente a un’altra o tra un partito o un altro. Per cui chi contava più oggi, aveva più posti di potere oggi non era detto li avesse anche domani. Anzi, una certa rotazione faceva parte del gioco.

Erano scontri di potere più che ideologici, con un "più uno" o "meno uno" alle elezioni che determinavano cambi di maggioranza. Con la seconda repubblica siamo invece entrati nell’era di un maggioritario di fatto, con due grandi coalizioni che si fronteggiano. Si presenta un programma, si chiede il voto degli elettori su quel programma e siccome il voto è molto più fluido di una volta ci si confronta sull’attuazione del programma stesso. Il mantra è: ti faccio conoscere ciò che voglio fare, mi dai un mandato per realizzarlo e poi alla fine mi giudichi. E’ il motivo per il quale in qualche modo si "presuppone" una omogeneità alla coalizione. Ma il Rosatellum, così spinto sul proporzionale, ha in qualche modo riportato le lancette indietro, e accentuato dinamiche particolaristiche e identitarie. Perciò a un certo grado di conflittualità occorrerà abituarci, o meglio, a riabituarci. Senza scandalizzarsi troppo, torna di moda il detto "marciare divisi per colpire uniti". Cosa che nel centrodestra sanno fare molto meglio che nel centrosinistra.