Milano, 2 ottobre 2017 - «È la fine della Spagna. Sono convinto che gli sconcertanti eventi di questa domenica possano segnare la fine dell’unità spagnola. Se io avessi voluto imprimere un’accelerata alla secessione, mi sarei comportato esattamente come si è comportato il governo di Mariano Rajoy: è Madrid che ha voluto lo scontro, non la Catalogna». Parole durissime, quelle di Roberto Maroni. Per il presidente della Regione Lombardia gli oltre 800 feriti dentro e fuori i seggi allestiti per il referendum sull’indipendenza catalana «non possono non portare ad una svolta: è inaccettabile si risponda con la violenza alla richiesta di libertà di un popolo. L’atteggiamento del governo spagnolo ricorda molto il Franchismo e il fascismo. Sarà interessante vedere che accadrà ora. L’Europa che fa?».

Il referendum era già stato sospeso dal Tribunale Supremo spagnolo perché incostituzionale: siamo sicuri che anche il Maroni ex ministro dell’Interno ne avrebbe permesso lo svolgimento come il Maroni leghista e autonomista? 

«Io conosco il governatore catalano e so che è una persona che rispetta le regole, quindi, se ha ritenuto che il referendum si potesse e si dovesse fare, allora sono convinto che ci fossero le condizioni per farlo. Che il governo centrale e il Tribunale Supremo spagnolo la pensino diversamente rientra nel del gioco delle parti. Io parlo da tifoso del sistema democratico e da presidente di una Regione gemellata con la Catalogna, ieri vittima di un attacco vergognoso». 

Che avrebbe fatto lei al posto di Rajoy?

«Il governo spagnolo avrebbe potuto depotenziare il referendum indipendentista semplicemente lasciandolo svolgere. Meglio ancora, a mio parere avrebbe dovuto aprire una trattativa politica con la Catalogna: se hai a cuore l’unità nazionale devi ricorrere alla politica per raggiungere l’obiettivo. Rajoy, invece, ha preferito ricorrere alla forza, alla violenza, al manganello. Madrid non ha cercato una soluzione pacifica, ha voluto che la situazione degenerasse».

In Spagna le spinte indipendentiste sono diverse, non c’è solo la Catalogna. Non crede che l’avvio di una trattativa politica con Barcellona avrebbe potuto costituire un precedente pericoloso per l’unità nazionale?

«No, non lo credo. La Spagna è uno Stato che ha introdotto da tempo il principio e il sistema delle autonomie differenziate, quindi il timore di precedenti, a mio avviso, non sussiste». 

Pensa che l’Ue possa davvero sostenere le rivendicazioni indipendentiste catalane?

«Io credo che sia tutto nelle mani dei catalani. Credo che l’Europa e la Commissione non siano in grado di gestire alcunché, credo che non sappiano far altro che subire. Encefalogramma piatto. Macron ha detto che non vuole immischiarsi negli affari interni spagnoli dimostrando di non aver capito nulla della posta in gioco: dietro al referendum catalano c’è anche una certa visione d’Europa che all’Europa dovrebbe interessare. Ma così non è. E, dal momento che non si può arrestare un intero popolo, l’Europa l’indipendenza catalana rischia di subirla».

La ricca Catalogna vuole l’indipendenza anche per ragioni fiscali. La crisi economica, combinata al dirigismo di Bruxelles, sta facendo dimenticare quel principio di solidarietà che tiene insieme gli Stati?

«Pensi che il residuo fiscale, ovvero la differenza tra le risorse che la Spagna prende dalla Catalogna e quelle che le restituisce, è di 8 miliardi di euro. In Lombardia è addirittura di 54 miliardi. L’egoismo non c’entra. Per la Catalogna come per la Lombardia e il Veneto, il tema non è spendere meno ma poter spendere meglio. Io sono pronto ad usare una parte delle risorse che rimarrano in Lombardia, se riusciremo ad ottenere l’autonomia, per costituire un fondo col quale aiutare le Regioni in difficoltà. Un fondo che gestiamo noi, da Milano, non Roma». 

I fatti di Barcellona avranno conseguenze sulla tornata referendaria del 22 ottobre in Lombardia e Veneto?

«Il nostro è un referendum diverso da quello catalano: è per l’autonomia non per l’indipendenza ed è stato indetto senza strappi istituzionali. Spero però che gli sconcertanti fatti di Barcellona aiutino ad alzare il livello del dibattito sulle istanze autonomiste».