Roma, 14 gennaio 2018 - Chiede la creazione di una commissione per il diboscamento normativo che attacchi quella superfetazione di leggi, non di rado cattive e in contraddizione tra di loro, che riduce l’efficienza amministrativa e contribuisce a creare le condizioni per la corruzione. Difende il ‘modello Expo’ e vuole applicarlo anche alla ricostruzione post-terremoto. Chiede l’attuazione del codice appalti, rimasto una ambiziosa incompiuta. E ribadisce che no, non si candiderà alle prossime elezioni. Così Raffaele Cantone, dal 2014 capo dell’Anac, l’autorità anticorruzione.

Presidente Cantone, a oltre tre anni dalla nascita dell’Anac qual è il bilancio?
«Lo ritengo sostanzialmente positivo, sia pure con molte criticità. In tre anni questa autorità si è imposta all’opinione pubblica, ha avuto una riconoscibilità internazionale senza precedenti. Ha portato a casa risultati importanti come l’Expo, si è imposta come autorità di regolazione nel mondo degli appalti. Accanto a questo, certo, ci sono le difficoltà legate all’aver fatto tutto in tempi molto brevi, spesso con la non massima collaborazione della pubblica amministrazione. C’è quindi spazio per miglioraci, sperando che ci sia una stabilità legislativa».

Lei ha detto che ‘la corruzione matura dove vi è una amministrazione che non funziona’. Semplificare le norme, eliminare quelle inutili e rendere più trasparenti le amministrazioni è più efficace che aumentare le pene?
«Io sono convinto che le buone regole amministrative abbiano un effetto molto importante perché rendono più complicata la corruzione. In Italia aggiungiamo alla iperregolamentazione anche una cattiva regolamentazione. Abbiamo troppe regole e troppe regole scritte male, spesso incomprensibili o in contraddizione. Io sono convito che la più grande riforma anticorruzione sarebbe la creazione di una commissione di saggi per la semplificazione delle norme. Bisogna sapere cosa è in vigore, disboscare quello che non serve e creare sempre più testi unici. Serve una commissione che ogni mese faccia dei report al Parlamento, con suggerimenti concreti. Spetterebbe poi alle Camere decidere. Questo rappresenterebbe un vero salto di qualità sia nell’efficienza dell’amministrazione sia nella lotta alla corruzione».

Si è parlato molto di ‘modello Expo’. Il combinato disposto tra controlli amministrativi, indagini penali e controllo delle procedure e delle assegnazioni degli appalti ha impedito che Expo 2015 diventasse un territorio di conquista per clan mafiosi e consorterie criminali. Applicherete lo stesso modello per il terremoto in Centro Italia?
«Il modello Expo ha funzionato anche perché ha avuto una oggettiva facilitazione: l’improrogabile esigenza di terminare i lavori in tempi prestabiliti. Abbiamo poi avuto un’unica stazione appaltante, un vantaggio, e si è creata una sinergia fortissima con i controlli delle prefetture. Questo sistema, esportato su realtà diverse, non è automaticamente percorribile. Stiamo provando a farlo per il terremoto. Abbiamo fatto un protocollo con Protezione Civile e Regioni per la fase dell’emergenza, adesso dovremo rifare, alla luce delle ultime modifiche legislative che gli attribuiscono un ruolo maggiore, quello con le Regioni. La nostra sfida è creare un sistema che consenta di dare risposta veloci. Il metodo non è quello di intervenire con controlli convenzionali ma farlo prima dell’adozione dell’atto, che viene controllato sul piano della legittimità, dell’uniformità delle prassi e anche sotto il profilo dell’opportunità, dando indicazioni che non sono necessariamente vincolanti ma che servono ad evitare errori. Questo sistema collaborativo ha consentito ad Expo di conseguire risultati, speriamo di fare lo stesso nell’area del cratere del sisma in Centro Italia».

Che insegna la vicenda casette? In teoria si era fatta programmazione, ma il sistema non ha funzionato lo stesso. Ci sono stati pesanti ritardi e le casette sono palesemente inadeguate. In Italia è possibile fare le cose presto e bene oppure la cattiva burocrazia vince su tutto?
«Quello delle casette è un tema che merita veramente una riflessione profonda. Per una volta nel nostro sistema si è provato a pianificare l’emergenza, consentendo alla Protezione civile di dotarsi in anticipo di un appalto per ridurre i tempi di intervento al verificarsi di un’emergenza. Sembrava l’uovo di Colombo, ma in pratica non è riuscito a funzionare vuoi perché i fornitori sono stati spinti al massimo vuoi perché le forniture delle casette riguardavano i manufatti, ai quali andavano poi aggiunti lavori di infrastrutturazione che hanno creato molti più problemi del previsto. Ma io credo che l’idea resti buona e vada solo affinata».

L’emergenza permanente nel settore dei rifiuti, oggi a Roma come ieri a Napoli e in molte altre realtà, è anche funzionale a chi vuole specularci sopra?
«Non me la sento di dire che l’emergenza sia creata ad arte ma ci sono una serie di elementi concomitanti che oggettivamente favoriscono l’emergenza. Ci sono una serie di difficoltà legislative derivanti dalla circostanza che, alla normativa nazionale, si aggiungono una serie di norme locali. È un fatto: ogni volta che si fa una programmazione, a questa non segue l’attuazione. Piuttosto che scrivere il solito ‘libro dei sogni’, bisogna fissare obiettivi realistici da raggiungere con le azioni concrete: servono cioè gli impianti. Per quanto riguarda i profili Anac, osservo anche che laddove il ciclo funziona bene, non sempre c’è una grande trasparenza per quanto riguarda gli appalti. Insomma, ci sono ancora tantissime opacità».

Il codice appalti sta suscitando critiche da molte amministrazioni e dalle imprese. Quale è il problema?
«I problemi credo siano tanti. Iniziamo a dire che il codice degli appalti non è entrato in vigore che per il 30%. Il codice ha previsto alcuni capisaldi: una progettazione iniziale che sia la più precisa possibile, l’eliminazione del massimo ribasso, la creazione di un sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti, una diversa regolamentazione del project finacing, l’eliminazione del regolamento che veniva sostituito o da atti normativi adottati direttamente dall’Anac o atti del ministero delle Infrastrutture. Rispetto a tutto questo è entrato in vigore pochissimo e ci sono state anche delle marce indietro, ad esempio con le modifiche sulla centralità della progettazione o sul project financing. È uno strumento ancora in divenire, su cui sono state anche inserite delle falle. ‘Aboliamo il codice’ è uno slogan che tira in tempi di campagna elettorale. Ma lo aboliamo per fare cosa? Vedo che si sta ritornando alla politica delle deroghe e questo è preoccupante. Io invece credo che il codice appalti vada assolutamente e pienamente attuato».

Siamo in tempo di elezioni. Qualcuno le ha chiesto di candidarsi?
«No».

E se glielo chiedessero?
«Direi di no, ho detto con chiarezza che ho preso un impegno e credo sia opportuno che lo porti a termine. L’unico mio interesse è lasciare un’autorità in grado di dare risposte adeguate alle amministrazioni, al mondo delle imprese, ai cittadini».