Roma, 16 febbraio 2017 - «CONFERENZA programmatica? Primarie a fine maggio, magari a giugno? Ma di cosa stiamo parlando?! La minoranza fa la scissione, Bersani se ne andrà con D’Alema e gli ex di Sel (Scotto, ndr): stanno già lavorando ai gruppi unici a Camera e Senato. Magari, chissà, lavorano per noi: uno sconvolgimento simile, in Parlamento, specie al Senato, potrebbe far capire a Mattarella che il quadro politico è mutato e riaprire la finestra del voto a giugno».

Lo sfogo del deputato renzianissimo (‘giglio magico’, per capirsi) indica che Renzi «andrà avanti, tira dritto», mentre i suoi spargono miele dicendo ‘Matteo vuole mediare’. Come lo avrebbe costretto a fare, in un vertice drammatico la notte scorsa al Nazareno (presenti i ministri Boschi e Lotti), Franceschini. Lì, Dario avrebbe detto a Matteo: «Guarda che solo allungando i tempi del congresso evitiamo la scissione». Renzi, poco convinto, avrebbe accettato.

PECCATO che «noi vogliamo fare un congresso veloce, vincerlo e votare se non a giugno, già a settembre», spiega un renziano. Il percorso di guerra che porta al congresso del Pd inizia, dunque, domenica. L’Assemblea nazionale accoglierà le dimissioni del segretario e nominerà reggente il presidente del partito Orfini, visto che il segretario (Renzi) sarà decaduto come dice lo Statuto.

Domenica notte stessa si terrà la Direzione nazionale che forma la commissione congressuale per decidere le regole delle assise.

Da lì le tre fasi: convenzioni nei circoli, Convenzione nazionale (sede, volendo, dove ‘assorbire’ la famosa Conferenza programmatica), confronto tra i primi tre candidati e ‘gazebata’ finale.

Quando? La fatidica domenica in cui votano iscritti ed elettori si dovrà tenere, se non l’8 aprile (la data che Renzi vuole), il 23 o il 30 aprile. Al massimo, Renzi concederà di arrivare al 7 maggio, non oltre.

RENZI, intanto, per sicurezza, si è blindato pure sul piano legale. Domenica farà votare un ordine del giorno che modifica lo Statuto: il rappresentante legale del simbolo del Pd diventerà il tesoriere, Francesco Bonifazi, che di Renzi è uno dei veri fedelissimi. Il segretario ieri non era a Roma, ma a Milano, dove è andato a inaugurare una nuova sezione del Pd, circondato da tanta folla. Ma anche a incontrare, in gran segreto, l’ex sindaco meneghino, Giuliano Pisapia, il quale sta costruendo quel ‘campo progressista’ di cui Renzi ha bisogno come il pane che stia, e presto, in campo.

PRIMA di partire ha scritto una Enews: «Il verbo del congresso è venite, partecipate, lo dico anche a chi è fuori, non andatevene». Il guaio è che, a guardarla dal Transatlantico di Montecitorio che ieri ribolliva di riunioni, capannelli, sfoghi di tutti i deputati dem, la sfida di Renzi suona come una minaccia e non affascina più. Il giovane dem Enzo Lattuca raccoglie firme (ne avrà ben 60) su un documento che dice «Sì ai collegi maggioritari e No ai capilista bloccati» nella legge elettorale.

Emiliano scorrazza alla Buvette, assediato dai cronisti, Bersani viene interrogato come un oracolo. Infine, riunione dei Giovani turchi assai drammatica, oltre che fiume. Il ministro Andrea Orlando, che in Direzione si è astenuto con soli quattro dei suoi, ha vinto largamente tra i parlamentari dei Giovani turchi: alla fine non si è votato, ma ne aveva ben 39 con sé su 53. Una riunione aspra, difficile con Orfini e i ‘turchi’ a lui fedeli (Verducci) che devono accettare, nel documento finale, la richiesta della ‘conferenza programmatica’ lanciata da Orlando. Una delle tante cose che domenica diventerà lettera morta, a meno che il guardasigilli non sciolga le riserve e si candidi lui contro Renzi.