Roma, 4 ottobre 2017 - Lo showdown è arrivato. A dar fuoco alle polveri è il coordinatore nazionale di Mdp, Speranza, che convoca i giornalisti davanti Palazzo Madama per annunciare lo strappo: d’ora in poi si terrà le mani libere. Apre la stagione dell’appoggio esterno al governo con un discorso durissimo, in cui sostanzialmente spiega che il quadro sull’economia disegnato dal ministro Padoan non è piaciuto per niente, per questo i gruppi parlamentari «all’unanimità» hanno deciso di non votare oggi alla Camera e al Senato la relazione sul Def, e di dire invece sì all’autorizzazione che rinvia il pareggio di bilancio «solo per senso di responsabilità», per non mandare il Paese all’esercizio provvisorio, visto che il loro appoggio è indispensabile a Palazzo Madama per toccare la quota richiesta di 161 voti. «Io politicamente non mi sento più nella maggioranza: spero che il governo cambi rotta».

Piovono critiche dal Pd, mentre Gentiloni perde un altro pezzo. Filippo Bubbico, viceministro dell’interno, si dimette: «Condivido le posizioni del gruppo, dunque questo è un gesto di coerenza che serve a non creare imbarazzo all’esecutivo». Ne crea, però, tra gli amici di Campo progressista: «E’ un errore, Giuliano aveva avviato un percorso costruttivo», insorge Tabacci annunciando che lui invece voterà sì. Alcuni, come Ciccio Ferrara, si allineano a Speranza. Ma l’ala più moderata di Cp soffre la rottura: «Il quadro economico è in netto miglioramento: in disaccordo con i bersaniani io ed altri 5 senatori voteremo sì». Tant’è: in serata il leader di Cp, Pisapia, diffonde una dichiarazione in cui elogia «soltanto» la decisione di Mdp di votare a favore dello scostamento: a smarcarsi dall’esecutivo non ci pensa affatto, anche se non ha ancora deciso di mollare Bersani. «Confido che arrivino risposte in quella che sarà la discussione sulla legge di bilancio».

Naturalmente, da Palazzo Chigi trapela la sorpresa e, soprattutto, la delusione del premier per un confronto che si riteneva fecondamente avviato come aveva sottolineato in tarda mattinata il ministro dei rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro. Un’apertura evidentemente giudicata insufficiente soprattutto nei due punti sostanziali: l’abolizione dei super ticket e il varo della legge sullo ius soli. «Hanno usato toni diplomatici, ma la sostanza è un ‘no’», sottolinea Arturo Scotto. Superato senza troppi patemi l’ostacolo odierno, è chiaro che lo strappo complica il percorso della manovra.

Certo è che lo scontro a sinistra è durissimo, probabilmente irrecuperabile. La legge finanziaria c’entra ma fino a un certo punto: in queste ore emerge la divaricazione che è andata avanti sotterraneamente fino ad oggi tra chi intende dar vita a un soggetto di sinistra «aperto a tutti, chi ci sta ci sta», come dicono i bersaniani, e chi invece vuole costruire un muro a sinistra per lasciarsi aperta la porta al dialogo con Renzi prima o anche dopo le elezioni. «Non credo ci sarà l’esercizio provvisorio. Sono esercitazioni provvisorie del giornalismo. Anche perchè quando è stato in difficoltà il governo ha avuto il sostegno di Berlusconi. Ha le spalle coperte», sogghigna D’Alema, il vero vincitore di questo round. Che pressa Pisapia: «Faccia nascere il nuovo soggetto». E chiosa: «Vorrei il presidente del Senato Grasso con noi».