Roma, 8 novembre 2017  - La grande inquietudine nel Pd partorisce un topolino. E forse nemmeno quello. La resa dei conti annunciata dopo la sconfitta in Sicilia si riduce in apparenza ad uno stormir di fronde. Impossibile cambiare leader senza cambiare linea politica ma – allo stato – nessuno ha la forza nel partito di aprire il vero fronte. Quello che rivoluzionerebbe gli assetti dell’intero centrosinistra. Ragion per cui Renzi riesce a tener a bada i mal di pancia, che si sono riacutizzati dopo la tormentata vicenda della nomina del governatore di Bankitalia, Visco. Pure Dario Franceschini, che torna a chiedere «un’alleanza tra le forze che stanno oggi nel campo del centrosinistra» è ben attento a non uscire in pubblico fuori dal campo segnato dal segretario. Il quale plaude alla soluzione che ha contribuito a costruire («bisogna superare i rancori e rimettersi insieme: in fin dei conti, la legge elettorale consente ad ognuno di correre con il suo simbolo e leader» spiega il ministro della cultura), ben sapendo che l’intesa con Mdp è praticamente impossibile, perché D’Alema & co. non hanno intenzione di prendere nemmeno un caffè con lui. «Del resto – chiosano i renziani – i deludenti risultati siciliani degli scissionisti sulla carta non sarebbero un grande valore aggiunto». Per ora, tanto il lavoro dietro le quinte del guardasigilli Orlando per cercare di fare ragionare Bersani sull’alleanza, quanto quello pubblico di Veltroni che invita la sinistra a «stare unita», sottolineando che le accuse del Pd a Grasso sono «fuori dal mondo» non sortiscono effetti. Crea parecchi scompensi ai vertici, invece, il capo dei senatori Zanda che punta diritto sulla questione della leadership: «Due ruoli sono troppi. È bene che Renzi valuti se convenga, in questa fase, che lui sia segretario e anche candidato presidente». Gli fa eco il presidente dei deputati, Rosato: «Abbiamo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile». Si lascia trascinare dall’entusiasmo tanto che dal Nazareno – via whatsapp – gli chiedono e ottengono una precisazione: «Naturalmente il ruolo di Renzi – chiarisce – non è in discussione». A turbare le acque stagnanti del Pd provvede Zanda: più d’uno nel gruppo dirigente, teme che abbia dato voce ai pensieri più reconditi dello stesso Franceschini. Di sicuro, c’è che i renziani fanno muro, preparando la strada all’affondo serale del capo. «Non esiste una problema legato al candidato premier del centrosinistra. La legge elettorale non lo richiede. Matteo sarà il capofila della lista Pd, legittimato dal voto delle primarie, peraltro unico segretario di partito ad averle fatte», avverte Marcucci. «Il doppio incarico di Renzi è previsto dalla statuto del Pd, che è stato votato all’unanimità», incalza Esposito.

Niente di nuovo sotto il sole, insomma. La vera spallata potrebbe arrivare solo se – nella direzione del Pd – i malpancisti votassero per un cambio di linea. Verrebbero respinti con perdite, visto che Renzi ha la maggioranza dell’organismo direttivo del partito – però getterebbero le basi per il futuro. Va da sè che poi servirebbe tempo per costruire un’alternativa degna di questo nome: ragion per cui qualcuno nel partito preme per allungare i tempi della legislatura e spostare il voto a maggio, trovando però la netta opposizione del segretario. A conti fatti, davvero è tutto sotto controllo? L’ordine regna al Nazareno? Per ora sì: sembra aver ragione chi sostiene che il tiro alla fune si ridurrà alla più classica delle questioni: la ricerca degli ‘oppositori’ di strappare il maggior numero di collegi sicuri. Ma rumori di sottofondo continuano a scorrere. Di qui a lunedì molto acqua è destinata a passare sotto i ponti. Le giornate sono ancora lunghe...