Milano, 11 gennaio 2018 - Attriti nel centrodestra a due mesi dalle elezioni del 4 marzo 2018. Matteo Salvini prende distanza da Forza Italia su pensioni e lavoro. Motivo di scontro a distanza è innanzitutto la legge Fornero: "E' la prima battaglia che ho iniziato, 4 anni fa. Berlusconi mi ha detto:  'cancelleremo le parti negative' e gli ho risposto 'perché? ce ne sono di positive?", rimarcava ieri il leader della Lega Nord ai microfoni di Rai Radio 1. Oggi a Radio Capital rincara la dose. "Mi preoccupa l'indecisione di Forza Italia", anche se evita lo strappo: "Con Berlusconi ci metteremo d'accordo". 

A dividere è anche la questione Jobs Act: in un primo momento Berlusconi ne ipotizza l'abolizione ma arriva il contrordine dagli alleati, stavolta firmato Meloni: "Sono contraria alla reintroduzione dell'articolo 18". Conferma Salvini anche se, ammette, "ci sono alcuni passaggi da salvare". E' qui che Silvio corregge il tiro parlando di una riforma "fallita" che necessita "aggiustamenti". 

Ma la tensione sale soprattuto dopo le esternazioni di Salvini in merito ai vaccini ("quando saremo al governo cancelleremo le norme Lorenzin. Vaccini sì, obbligo no"). Un'uscita che ha fatto infuriare Forza Italia. Romani gela il segretario del Carroccio: "Non credo proprio che l'abolizione dell'obbligo vaccinale proposto da Matteo Salvini entri nel programma del centrodestra", dice il senatore forzista. E stamani anche Giovanni Toti, governatore azzurro della Liguria, raddrizza il timone: "Tra obbligo e divieto preferisco l'obbligo", dice a Coffee Break su La7. 

Maroni: "Salvini leader stalinista"

Dulcis infundo, contro Salvini arrivano i colpi del fuoco amico. A sparare contro Matteo è il leghista Roberto Maroni. Dopo aver rinunciato alla corsa per la Lombardia e smentito futuri incarichi di governo, per Maroni è arrivato il momento di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. "Io sono una persona leale. Sosterrò il segretario del mio partito. Lo sosterrò come candidato premier. Ma da leninista, non posso sopportare di essere trattato con metodi stalinisti", dice in un'intervista al Foglio.

Il  risentimento di Maroni è legato alle reazioni leghiste dopo la scelta di tirarsi fuori dalla corsa in Regione. In questi giorni "sono stato massacrato dai miei compagni di squadra, che hanno scelto di dare alla mia vita nuova un'interpretazione del tutto arbitraria". E precisa: "Salvini sapeva tutto da mesi, è stato il primo a saperlo, il secondo è stato Berlusconi, ed è stato Salvini a concordare con me le tempistiche dell'annuncio, io sono un leninista convinto ma non avrei pensato di ritrovarmi di fronte un leader stalinista".