Roma, 7 gennaio 2018 - Il presidente della Repubblica Mattarella, nel corso del suo discorso di fine anno, ha sollevato la questione dell’astensione e in particolare modo dei giovani. Effettivamente è un problema, anche se non dell’ultima ora. Dagli inizi degli anni 2000 la partecipazione dei giovani è stata sempre molto limitata in occasione delle elezioni. Però con una notevole differenza tra amministrative e politiche. Nel primo caso si registra il maggiore livello di astensione nella fascia di età tra i 18-24 anni che tocca punte anche del 65%, nel secondo invece si riduce di molto. Per esempio alle Politiche 2013 l’astensione giovanile scese al 35%, così anche al referendum costituzionale del 2016.
 
Certo, non sono comunque dati incoraggianti, ma indicatori di un differente comportamento tra momenti fortemente politici (elezioni nazionali e referendum) ed eventi elettorali locali. D’altronde il problema della bassa affluenza dei giovani è un fenomeno che si è ben evidenziato anche in relazione alle primarie del Pd: mediamente il 60% dei votanti ha un’età maggiore di 50 e solo il 3% è compresa tra i 18 ed i 24 anni. Non solo. Le nuove regole che hanno permesso la partecipazione anche dei 16 e 17enni si sono rilevate un flop. I millennials hanno rappresentato solo l’1% di tutti i votanti. Detto questo è chiaro come la bassa partecipazione dei giovani costituisca un problema. Al momento, in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, i risultati dell’Istituto Noto Sondaggi descrivono un livello di astensione tra i 18-24enni del 45%, mentre nel totale della popolazione è ferma al 30%, quindi un differenziale di +15, non poco.

È da notare, però, che il voto dei giovani si modella in maniera completamente differente rispetto alla popolazione più adulta. Infatti tra quei 18-24enni che hanno intenzione di andare a votare è il M5S a raccogliere il massimo del consenso: i grillini arrivano addirittura al 43%. Il secondo partito è Liberi e Uguali con il 14%, segue la Lega con il 13% e Forza Italia con il 12. Il Pd, invece, riceve solo il 10% dei voti dei giovani che sono intenzionati a recarsi alle urne. Un risultato non lusinghiero. Quindi da questi dati si evince che non è l’età del leader di partito elemento importante nell’attrazione del consenso di questo particolare profilo elettorale.
 
Infatti se è vero che Di Maio è appena sopra i 30 anni, è anche vero che il consenso ai pentastellati tra i giovanissimi è stato sempre molto alto, anche quando il capo indiscusso era Grillo, oggi 69enne. Così anche il voto a Liberi e Uguali è consistente pur se il leader, il presidente del Senato Pietro Grasso, ha 73 anni. Pertanto è bene sgombrare la falsa ipotesi che i giovani sono attratti dai leader coetanei. Altrimenti non ci si spiegherebbe neanche la particolare attrazione elettorale che l’81enne Berlusconi continua a esercitare sui giovanissimi.
 
È anche vero, però, che sollecitare i giovani alla partecipazione elettorale non è una cosa semplice. Più che sui contenuti concreti, la partecipazione giovanile è aggregabile sull’emozione, sul sogno di cambiamento e sul sentirsi parte di una comunità. Caratteristiche in parte identificabili con il M5S che appunto aggrega circa un giovane su due che vota.
Comunque sarà il ritmo della campagna elettorale a delineare la partecipazione di chi vota per la prima volta alle prossime elezioni politiche, questo è un particolare profilo che cerca entusiasmo, anima, positività, riconoscimento sociale e sentirsi parte di una comunità. Quale partito saprà conquistare i giovani indecisi a oggi è impossibile saperlo. Per adesso nessuno.
* Direttore Noto Sondaggi