Roma, 18 novembre 2017 - «Abbiamo parlato della campagna elettorale, di idee che vedrete perché le attueremo!». Baldanzoso, ieri sera Riccardo Fraccaro ha così riassunto i temi scottanti discussi in un vertice dello stato maggiore grillino che si era appena concluso a Milano nella sede della Casaleggio Associati. Ma il piatto caldo è stata l’analisi del recente viaggio del candidato premier Luigi Di Maio negli Usa. Viaggio salutato come «grande successo» dalle fila grilline, ma, alla fine, rivelatosi un mezzo flop. Intanto, un dato: Di Maio a Washington è stato accompagnato dall’ambasciatore Armando Varricchio. Che non avrebbe potuto seguirne passi se lo stesso Di Maio non si fosse presentato come vicepresidente della Camera e non come candidato leader del Movimento 5 Stelle, negli Usa per garantirne l’affidabilità davanti all’amministrazione di Donald Trump. Di Maio, comunque, non sarà certo il primo politico italiano a usare la propria carica istituzionale per promuovere la parte politica di appartenenza.
 
Lui, però, è un grillino e questo ha destato perplessità, per quanto a sorprendere è stata più la qualità degli interlocutori incontrati che il resto. Di Maio ha visto solo seconde file del Congresso, persone di cui in Italia non si conosceva l’esistenza e che anche negli stessi Usa non sono considerati ‘di peso’. Tipo i repubblicani Francis Rooney e Randy Hultgren e i democratici Albio Sires ed Eliot Engel. Quest’ultimo pare che si sia complimentato con Di Maio (non si sa con quanto senso dell’ironia) per la sua rapida ascesa politica a fronte di curriculum politico piuttosto modesto. Di sicuro, più noto tra gli interlocutori è stato Steve Scalise, dalla Louisiana, italoamericano e capogruppo dei repubblicani alla Camera. Il quale, tuttavia, pare sia stato piuttosto sbrigativo: si è intrattenuto con Di Maio appena una quindicina di minuti, parlando in modo superficiale di Nato e di riforma del sistema di tassazione negli Usa. Il leader pentastellato, per la verità, è stato ricevuto pure al Dipartimento di Stato, accolto da tale Conrad Tribble, personaggio dalla qualifica lunghissima (Deputy assistant secretary al Bureau of european and euroasean affairs), ma di fatto solo vice assistente segretario di Stato, secondo i canoni del ‘potere’ europeo; poca roba. Con lui, il capo politico stellato ha invece intavolato una discussione sull’Alleanza Atlantica, rimarcando la fiducia nella solidità dei rapporti tra Italia e Usa; qualche dubbio sul fatto che fosse proprio Tribble l’uomo giusto per un confronto sui rapporti Italia-Usa è sorto, ma d’altra parte, ad ogni incontro, Di Maio ha ripetuto più o meno le stesse litanie grilline su economia, tasse, Europa, calibrando il peso di un tema su un altro a a seconda delle competenze di chi aveva di fronte. Un solo concetto ha ripetuto con tutti fino allo sfinimento: «I 5 Stelle non sono filorussi».
 
Peccato, infine, che ad accompagnare questa ‘marcia trionfale’ americana, siano usciti due articoli (velenosi) su altrettante testate di spessore negli States. Sul New York Times si leggeva: «Anche se non ha mai completato i suoi studi e non ha mai fatto un vero lavoro, Di Maio sarà il candidato a primo ministro; è completamente privo di esperienza e i ‘grillini’ si sono spesso dimostrati incompetenti, come Virginia Raggi sindaca di Roma». Ishaan Tharoor sul Washington Post, che ha sì elogiato Di Maio per la giovane età («un millennial che potrebbe guidare l’Italia», paragonandolo a Macron e all’austriaco Kurz), ma subito dopo ha chiosato, anche lui, ricordando che «ha lasciato l’università e non ha mai lavorato, a parte il cameriere». Ma si sa, la stampa matrigna...