Roma, 10 novembre 2017 - Un gigantesco scaricabarile. O, se vogliamo, il trionfo dei protocolli. Anche se l’atteso confronto all’americana tra Consob e Banca d’Italia è sfumato, nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche è deflagrato comunque lo scontro tra le due autorità di vigilanza, nel confronto tra le ‘versioni’ del direttore generale di Consob, Angelo Apponi, e del capo degli ispettori di Via Nazionale, Carmelo Barbagallo, sulla gestione delle crisi delle banche venete. L’autorità di controllo dei mercati ricevette informazioni «incomplete» per il primo, mentre per il secondo erano «sufficienti ad agire». Difformità di valutazioni, un unico risultato: il deteriorarsi della situazione delle banche venete fino al salvataggio, realizzato nella notte tra il 25 e il 26 giugno da Intesa Sanpaolo dopo la messa in liquidazione coatta amministrativa degli istituti . I due sono stati sentiti separatamente in forma testimoniale. Le loro parole, dunque, sono ‘mezzi di prova’.

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Al centro della difformità di valutazioni soprattutto le informazioni ricevute da Consob sul prezzo delle azioni di Veneto Banca in vista dell’aumento di capitale del 2013. Secondo Apponi la lettera ricevuta da Bankitalia il 25 novembre di quell’anno non segnalava i problemi dell’istituto e, anzi, indicava che l’operazione era «strumentale a obiettivi previsti dal piano per effettuare eventuali acquisizioni coerenti con il modello strategico della banca salvaguardando liquidità e solidità» limitandosi a segnalare che il prezzo delle azioni era alto. Dunque, non agì. 
 
Tutta un'altra musica quella del verbale ispettivo ricevuto nel 2015, dove «si dice che la metodologia di calcolo del prezzo è irrazionale e ci sono dei vizi». Non ci sta Barbagallo: quanto contenuto in quella lettera, sintesi del verbale ispettivo, – assicura – «era più che sufficiente» per l’azione della Consob poiché era segnalato che il prezzo per l’aumento di capitale «era incoerente con il contesto economico» vista «la crisi in atto» e «le negative performance reddituali dell’esercizio 2012». Consob, intanto, non riesce a scoprire da sola, fino al 2015, ciò che Bankitalia sapeva già dal 2001.

Diversa la storia della Popolare di Vicenza. Qui Consob sostiene di non aver ricevuto alcuna informazione sugli aumenti nel 2001, 2008 e 2015 mentre, solo nel 2017, arriva una sanzione Bce trasmessa da Vicenza. Bankitalia non trasmise le risultanze dell’ispezione 2008 (dove emergevano carenze nella valutazione del prezzo delle azioni, tra cui l’assenza di valutazione di un perito indipendente) perché, spiega Barbagallo, si trattava di «un problema procedurale» sulla misurazione del prezzo che ritenne «di poter risolvere da sola». La questione si chiuse con il rispetto delle indicazioni nel 2011 e il rapporto inviato alla Procura, che archiviò. Il meccanismo di determinazione dei prezzi dei titoli di capitale «non rientrava nel protocollo» firmato dalle due Authority del 2012. Quindi, nessuna comunicazione.

Del resto, sottolinea il capo degli ispettori, Via Nazionale fa circa 250 controlli all’anno, «non possiamo inondare la Consob» con tutti i verbali ispettivi. Ma va oltre: Consob se voleva poteva chiederli tutti, ma non lo fece. Il trionfo dei protocolli fa emergere i limiti della Vigilanza: entrambe le autorità potevano, e dovevano, attivarsi meglio. Questioni di lana caprina, forse. Ma è lo stesso Barbagallo ad ammettere che l’equilibrio tra le autorità di vigilanza «può darsi non sia adeguato e vada rivisto». Quello che è accaduto con le banche venete, chiosa Apponi, «nessuno può considerarlo un successo». I resoconti stenografici verranno ora passati al setaccio della Commissione, che potrebbe ancora decidere di far andare in scena il confronto all’americana tra Apponi e Barbagallo.

Si fanno intanto più insistenti i rumors secondo cui tutta questa vicenda rischia di costare a quest’ultimo il posto a capo della Vigilanza, magari per un altro incarico di peso. Molto si giocherà la settimana prossima, quando si aprirà il dossier Mps. E i fuochi d’artificio non mancheranno.