Roma, 24 dicembre 2017 - Ministro Carlo Calenda, l’Italia dei veti imperversa. Nel nostro Paese si possono fare ancora grandi opere e grande industria, o dobbiamo rassegnarci al piccolo cabotaggio?

«Non dobbiamo rassegnarci al piccolo cabotaggio. Questo Paese è grande anche perché c’è l’industria e così deve continuare a essere. Come si devono poter costruire le opere che servono. E si può fare se si capisce che governo, istituzioni e sindacati, pur nella differenza dei ruoli, hanno poi un obiettivo comune. Bisogna lavorare sul merito, non su prese di posizione ideologiche o finalizzate alla campagna elettorale. L’accordo con la regione Sardegna su Alcoa è la dimostrazione che si può fare».

E poi c’è la Puglia, che ragiona diversamente. Sull’Ilva, Gentiloni ha lanciato un appello a Emiliano ma lui gli ha risposto sostanzialmente picche. Il balletto sembra continuare. Come se ne esce?

«Non lo so. Io ho fatto un incontro qualche giorno fa e siamo entrati nel dettaglio di ogni misura ambientale. Abbiamo risposto a tutti i punti dell’ordine del giorno che loro hanno deciso. Il sindaco di Taranto ha detto: ‘Ottimo lavoro però non ci fidiamo’. Gli ho proposto di certificare il tutto in un protocollo d’intesa con tutti gli attori. Vediamo che cosa e se risponderà. Anche perché come si fa ad attivare 5,3 miliardi tra investimenti e prezzo in un clima in cui le cose vengono regolate nei tribunali e non nei tavoli?».

Quindi c’è il rischio di buttare il bambino con l’acqua sporca?

«Ci sono due rischi. Il primo è quello che il 9 gennaio il Tar conceda la sospensiva richiesta da sindaco e governatore, e in questo caso i commissari dovranno iniziare lo spegnimento. Questo rischio teoricamente esiste perché Regione e Comune non hanno ancora ritirato, come fortunatamente hanno promesso di fare, la richiesta di sospensiva. Ma c’è anche un altro problema. Ovvero che permanendo il giudizio di merito al Tar, l’investitore dice: ‘Io faccio gli investimenti, ma se poi cade tutto voglio che lo Stato mi garantisca’. E per questo ha chiesto una modifica del contratto. Questo è il costo dei ricorsi. A volte sono costi pesanti ma poco quantificabili, basti pensare ai ritardi nella costruzione dei gasdotti. In questo caso sono anche ben quantificabili in termini economici».

A proposito di gasdotti: il Tap si farà nei tempi previsti?

«Nel caso del Tap i ricorsi sono stati tutti sconfitti, e questo è un altro tema: nel merito il governo ha ragione, ma intanto si perde tempo. Per capirci, in Puglia Emiliano fa ricorso contro l’Ilva perché non va a gas e contro il Tap perché porta il gas. È una situazione surreale. Noi abbiamo 32mila chilometri di gasdotti in Italia e il tratto del Tap sono 8 chilometri. Stiamo parlando del nulla, e su questo si scatena una battaglia ideologica. L’Italia rischia di morire di questo tipo di atteggiamento. Se non recupera l’attenzione verso quello che è importante e strategico, che crea lavoro e garantisce l’indipendenza energetica, come attraverseremo un crocevia della storia così difficile? Dobbiamo imparare a fare i conti con la realtà».

La Strategia energetica nazionale (Sen) prevede per l’Italia l’uscita dal carbone dalla produzione elettrica entro il 2025 a patto di fare una serie di infrastrutture. Se non si fanno, il carbone resta?

«Certo, se non si fanno il carbone resta. E io presenterò al Consiglio dei ministri un Dpcm con l’elenco delle opere necessarie, affinché le regioni sappiano che quando dicono no a un tratto di gasdotto o a un elettrodotto stanno dicendo sì al permanere del carbone. Tutte le scelte che si fanno hanno un prezzo e non si può pensare di non avere il carbone ma anche non avere il gas, gli elettrodotti, le pale eoliche e i campi fotovoltaici. Questo alla fine diventa un no a tutto. E con il no a tutto poi c’è qualcuno che paga il conto».

L’accusano di essere il ministro del gas.

«Veramente anche del carbone. Fesserie a parte, il gas ci serve. Dobbiamo lavorare per avere questa grande energia di transizione, averla da Paesi diversi è fondamentale fino a che le rinnovabili, grazie alla maturazione delle tecnologie sulle batterie e gli accumuli diventeranno ovviamente la tecnologia prevalente, che ci costerà molto meno».

Quale futuro vede per l’Italia nella prossima legislatura? I populismi che avanzano rischiano di farci andare indietro anziché avanti sulle riforme?

«Io vedo un grandissimo rischio, determinato da due cose. Da un lato la discussione in Europa che va tutta nella direzione di un rafforzamento degli strumenti di controllo dei Paesi indebitati. Dall’altro lato il quantitative easing che va esaurendosi. Anche se l’Italia ha ottimi numeri di produzione industriale ed export la crescita è ancora molto difforme. Siamo in una situazione molto complicata, ma dobbiamo continuare sulla strada intrapresa, e cioè ridurre il deficit. Dobbiamo cominciare ad avere un po’ più di inflazione che aiuti a ridurre il debito e dare priorità all’unica cosa che può innescare una crescita vera: gli investimenti. Dobbiamo premiare chi investe, diminuire il costo del lavoro e creare un benessere vero che non è quello delle mance elettorali o del taglio di qualunque tassa. Questo ragionamento posto ai cittadini in modo articolato e serio è una cosa che premia. Ma se i partiti non populisti si mettono a fare i populisti promettendo tutto e il contrario di tutto il rischio che vengano sconfitti è alto. E in una congiuntura come quella che viviamo, il rischio per il Paese è gigantesco. La prossima legislatura sarà una legislatura cruciale».

A chi le chiede di scendere in campo con una propria proposta politica, con una sorta di liberalismo progressista, che cosa risponde?

«Che non credo nei partitini. Si è visto com’è andata a finire la lista Monti. E poi, di forze liberali di sinistra dovrebbe esserci già il Pd. Io ne sono un potenziale elettore, purché mantenga una politica seria e riformista in linea con quanto fatto in questa legislatura da Letta, Renzi e Gentiloni».