Roma, 20 aprile 2017 - SIGNORI, state tranquilli: l’Iva non aumenterà. Il senso delle parole pronunciate ieri da Pier Carlo Padoan non lascia spazio a fraintendimenti: «L’intendimento del governo nell’impostazione della prossima legge di bilancio prevede di escludere l’aumento dell’Iva», spiega il ministro del Tesoro in audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato, derubricando l’ipotesi di scambio tra aumento Iva e taglio del cuneo fiscale a «una preferenza personale amplificata in modo distorto dalla stampa». Insomma, «solo una risposta a una domanda specifica» posta durante un’intervista. Una correzione di tiro. Il governo, dunque, «attuerà una manovra alternativa» per disinnescare le clausole di salvaguardia (15 miliardi solo nel 2017) ma il ministro non è in grado di dire con quali misure «perché ancora non se ne è parlato». Sarà «un dibattito aperto», assicura, confermando la volontà di continuare sulla strada della riduzione delle tasse («in continuità con il governo Renzi», sottolinea) purché «i tagli siano credibili» e senza rallentare il percorso di consolidamento dei conti pubblici, «scelta che sarebbe rovinosa per il Paese». Come dire: cari politici, facciamo tutto, ma servono i soldi. «Più analisi tecnica» e «non solo politica», chiede ai parlamentari. I capitoli da cui attingere risorse sono noti: spese, miglioramento di efficienza dell’amministrazione tributaria e altre misure fiscali.

QUANTO alla crescita, il ministro dipinge un 2017 «cominciato col piede giusto» e prefigura una «possibile revisione al rialzo delle stime». Certo, non basta: «La crescita non ci entusiasma» e la disoccupazione giovanile è «inaccettabilmente alta». Ma l’Istat suona il campanello d’allarme: «serve uno scatto» per centrare il target del governo di un Pil all’1,1% nel 2017. Le oscillazioni del commercio estero e della produzione industriale nei mesi di gennaio e febbraio potrebbero, infatti, «rappresentare dei fattori di rischio». Nella tornata di audizioni, a metterci il carico più pesante è ancora una volta l’Ufficio parlamentare di bilancio che, alla luce del «quadro programmatico sostanzialmente indefinito», reputa «difficile la disattivazione totale delle clausole di salvaguardia sull’Iva» che, al netto della manovrina, valgono 15 miliardi solo quest’anno. Anche secondo il vice direttore generale di Bankitalia, Luigi Signorini, «una riconsiderazione dell’ampio ventaglio delle aliquote Iva non dovrebbe a questo stadio essere esclusa», così come una revisione delle agevolazioni fiscali. Allo stesso modo, lo scambio Iva-cuneo è sicuramente «una questione complessa, che merita però di essere discussa e approfondita». Non solo, Via Nazionale invita alla prudenza sulla flessibilità poiché non si tratta «di risorse aggiuntive che si creino dal nulla, ma di esborsi aggiuntivi, che tornano fatalmente sotto forma di nuove tasse o più debito». Sulla stessa linea la Corte dei Conti, che invita a centrare «con fermezza» l’obiettivo di ridurre il deficit all’1,2% del Pil nel 2018 anche con uno «stop solo parziale delle clausole sull’Iva». Un richiamo generalizzato al governo, che suona più o meno così: non confidate troppo nella trattativa con l’Ue e nella modifica delle regole per ridurre le correzioni richieste per i prossimi anni, i tassi bassi non dureranno per sempre e, dunque, bisogna ridurre il debito adesso.

UN CONCETTO ribadito da Padoan ieri sera all’assemblea dei senatori Pd: «L’Italia è su un sentiero stretto, non ci sono scorciatoie, non esistono soluzioni facili». Un incontro che il ministro ha definito «a tutto campo» e «molto utile», glissando le domande su eventuali tensioni: «Chi era di malumore? Nessuno», ha sorriso.