Firenze, 18 maggio 2017 - Sette estranei costretti alla convivenza forzata per due settimane nel deserto dello Utah, simulando la vita su Marte. Sembra un reality show, invece è quel che succede con il Mars desert research center, il programma che testa la presenza umana sul Pianeta Rosso. Siccome prima o poi il nostro amato Sole finirà per abbrustolirci (tranquilli, c’è ancora qualche miliardo di anni), sarà bene pensare al piano di fuga. Lo ha provato la fiorentina Ilaria Cinelli, 31 anni, ingegnere biomedico: laurea a Pisa, dottorato in corso all’Università di Galway, Irlanda, entusiasmo da vendere e guida della missione che ha trascorso due settimane su Marte, o almeno nel posto che più lo ricorda: il deserto di uno Stato degli Usa tra i più belli e aspri, lo Utah.

Quali sono state le principali difficoltà fisiche e psicologiche che avete affrontato?

"Ognuno ha i suoi scogli da affrontare in isolamento. Il più grande è la paura: quando la si prova, si reagisce in un modo imprevedibile, a volte anche aggressivo e violento, e si deve essere capaci di prevenirlo con largo anticipo. Rimanere isolati con poche risorse disponibili fa fare di tutto per sopravvivere. È importante invece mantenere l’unità dell’equipaggio".

Viene da pensare: su Marte potremmo avere carenza di acqua.

"Abbiamo passato qualche giorno con pochissima acqua potabile durante una bufera di neve. Non potevamo bere e nutrirci perché il cibo a disposizione era disidratato. Durante questi giorni, la paura dominava. Siamo andati avanti, tutti insieme. Ho insegnato loro che, durante questo tipo di emergenze è importante restare uniti perché siamo l’unico riferimento che abbiamo. Però io sono ingegnere, non psicologa, e avevo paura di non riuscire a tenere in mano il gruppo. Invece è andata bene: non ho mai visto un team così motivato".

Cosa vi interessava capire della vita su Marte?

"La Mars desert research station consente di svolgere studi multidisciplinari che possono riguardare geologia, astronomia, ingegneria o medicina. I miei quattro studi riguardavano il sonno, la realtà virtuale, il Mission support center e l’allenamento fisico in ambienti estremi. Adesso sto portando i risultati in giro per il mondo".

Partiamo per Marte: meglio andare con degli sconosciuti o con amici e parenti?

"Una buona interazione è basata su flessibilità, ascolto e rispetto. E questo vale per la maggior parte di ambienti, anche per l’ufficio. L’ambiente marziano ti obbliga a interagire con estranei, condividendo con loro le poche risorse disponibili. Qualcuno potrebbe pensare di organizzare una missione con amici o colleghi: lo sconsiglio, gli scheletri nell’armadio possono portare a malintesi. Vivere con estranei, invece, obbliga ad ascoltare e a impegnarsi per lavorare insieme. Ed è importante avere un giornalista o un artista a bordo: il pensiero astratto è la culla della creatività".

Ma lei ci andrebbe davvero sul Pianeta Rosso?

"In estate andrò in Polonia, per una missione simile ma diversa: sarò dall’altra parte della barricata, cioè nel centro che monitora e pianifica la missione marziana. Una prospettiva diversa della stessa esperienza: spero che queste attività mi consentiranno un giorno di essere l’astronauta italiana scelta per il viaggio vero verso Marte".

Insomma, prima o poi diremo addio al nostro pianeta.

"In questi giorni sono stata a Padova per una relazione sul ruolo dell’umanità nel nostro futuro. Molti sono affascinati dall’esplorazione spaziale ma pochi si ricordano che tutte le missioni sono pianificate con partenza e arrivo sulla Terra. Dobbiamo rispettare il nostro pianeta e le persone che ci vivono perché, al momento, siamo dipendenti dalle risorse terrestri. Non siamo capaci di riutilizzare al 100% ossigeno ed acqua nello spazio".