Bologna, 8 giugno 2018 - Sopravvissuto alla carta da parati con cui fu ricoperto nell’immediato dopoguerra e alla successiva estesa ridipintura che ne cancellò i simboli del regime, ma anche le tracce di uno stile eccelso, il genio di Mario Sironi è riemerso col complesso intervento di restauro che da luglio dello scorso anno (terminerà nel luglio 2017) interessa il famoso murale “L’Italia tra le Arti e le Scienze” nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza a Roma. Un cauto e paziente lavoro di test ha riportato alla luce i colori, la forza e gli equilibri geometrici: dall’arco trionfale riaffiora la figura a cavallo, con ogni probabilità ritratto di Mussolini, subito sotto i numeri romani si riesce a scorgere anche il profilo dell’aquila imperiale. C’era molta incertezza all’avvio dei lavori un anno fa su quello che ancora poteva esserci del capolavoro di Sironi, commissionato nel 1933 dal Duce e realizzato dall’artista in due mesi con la tecnica del murale.

«Il caso del Sironi restaurato? Spero sia un segnale concreto: l’inizio della fine di un complesso di inferiorità che questo Paese ha nei confronti del suo Novecento». Parla da esperta, Beatrice Buscaroli: è docente di Arte contemporanea alla sede distaccata di Ravenna dell’università felsinea, direttore artistico delle Collezioni d’arte e di storia della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e, nel febbraio scorso, è stata nominata dal ministro Franceschini nel Consiglio superiore dei beni culturali. Ma racconta quella che vede come una “riappropriazione” anche da parte in causa: suo padre è quel Piero Buscaroli, musicologo e grande giornalista, controcorrente, perché - volutamente - dalla “parte sbagliata” della storia. 
Professoressa, il genio di Sironi riemerge dal murale della Sapienza: che sia l’inizio di un nuovo corso per quella che viene impropriamente definita l’arte di regime?
«Me lo auguro, non per l’opera in sé, che è un dipinto come se ne vedono, ma per una rivincita culturale, a partire dal Futurismo, l’unica avanguardia italiana. Che pure è dovuta “emigrare” a Parigi per essere riconosciuta e apprezzata».
Di chi è la colpa?
«Diversamente da quanto è accaduto in tutto il resto d’Europa, l’Italia ha fatto coincidere l’arte di quel periodo con il fascismo. Da un punto di vista della pittura, ma soprattutto da quello dell’architettura. Con una differenza».
Che sarebbe?
«Mentre le sculture o i dipinti per vederli dobbiamo andare a cercarli e si possono facilmente nascondere o coprire (come nel caso del povero murale “L’Italia tra le Arti e le Scienze”), per quanto riguarda l’architettura non è che si possa abbattere tutto...».
A cosa si riferisce in particolare?
«In campo architettonico, e qui parlo da storica dell’arte, ci troviamo davanti a un vero dramma: se il Futurismo in qualche modo è stato sdoganato grazie gli importanti contributi di studiosi come Enrico Crispolti e Maurizio Calvesi, né la nostra classe politica né il mondo della cultura si è preso la briga di approfondire un periodo importante dal punto di vista urbanistico, come l’epoca fascista. Quell’architettura è vittima di un degrado ormai irrecuperabile».
Nello specifico?
«Capolavori del Razionalismo italiano di matrice tedesca che ormai andranno persi. Per sempre».
Il caso più eclatante?
«Le colonie: ne sono state costruite 4357 nel ventennio, in buona parte sulle coste toscane e romagnole. Per eliminare ogni traccia di un passato che “non piace” stanno letteralmente andando in rovina: mi riferisco alla colonia “Novarese” di Giuseppe Peverelli a Miramare di Rimini (1934), splendido esempio di Razionalismo sulle rive dell’Adriatico. Le “Navi” di Cattolica, costruite negli anni ’30 per ospitare i figli degli italiani residenti all’estero sono state invece recentemente recuperata per realizzare l’Acquario: ma sono pochi gli edifici che hanno avuto questa fortuna».
Qualche esempio di abbandono?
«La Casa del Fascio di Como progettata da Giuseppe Terragni nella prima metà degli anni ’30 con al suo interno opere astratte di Manlio Rho e Mario Radi, oggi ospita un “museino” della Finanza. Mentre ancora si discute sul recupero di quella di Predappio, che rischia la rovina. Mentre è a Roma lo scempio sotto gli occhi di tutti».
E sarebbe?
«Tutta l’opera dell’architetto Luigi Moretti, ma in particolare l’Accademia di Scherma al Foro Italico, complesso urbanistico-monumentale nato come “Foro Mussolini”, dopo oltre 60 anni dalla damnatio memoriae legata all’era fascista, non versa certo in buone condizioni».
L’auspicio?
«Perché non prendere una delle colonie e realizzare il Museo dell’Architettura Razionale? Costruire, anziché cancellare»

letizia.cini@quotidiano.net