Roma, 28 dicembre 2016 - LA STORIA del cinema è piena di attori rimasti prigionieri di un unico personaggio. Bloccati come un insetto all’interno di un blocco di cristallo. Il peso di quel personaggio li schiaccia fino a schiantarli. È il caso di Carrie Fisher, nel cui curriculum svetta un’interpretazione conosciuta a miliardi di persone - la principessa Leila dei primi tre capitoli di “Guerre stellari” - e poco altro. Una fortuna maledetta che l’ha portata prima a cercare l’ottundimento nell’alcol, poi nella droga, e infine, ieri mattina, alla morte.

Carrie Fisher era stata ricoverata venerdì a Los Angeles dopo un volo di 11 ore da Londra durante il quale aveva avuto un arresto cardiaco. Domenica la madre, Debbie Reynolds, aveva scritto su Twitter che le condizoni deglla figlia erano “stabili”. Ieri l’annuncio della morte. Aveva 60 anni e probabilmente pochi erano stati quelli felici. Era nata in una famiglia complicata che avrebbe messo sotto pressione chiunque: il padre cantante, Eddie Fisher, sposato con un’altra attrice molto famosa, Debbie Reynolds. Quando Carrie aveva due anni, il padre lasciò la famiglia per sposare un’altra stella di prima grandezza, Elizabeth Taylor. Carrie aveva altre due sorellastre, figlie del terzo matrimonio del padre. Tutto questo l’aveva raccontato in un libro dal titolo significativo, “Cartoline dall’inferno”, poi trasformato in un film con Meryl Streep.

A UNA SITUAZIONE familiare così caotica s’era aggiunta l’ambizione di confrontarsi con padre e madre sul loro stesso terreno: lo spettacolo. Quella che sembrava l’occasione d’oro capitò nel 1977, quando venne scelta da George Lucas per l’importante ruolo della Principessa guerriera Leila Organa nel primissimo “Guerre stellari”. Ed ecco, con la pellicola varcò la porta che separa la vita dal mito, restando incollata per sempre a quel ruolo. Merito anche del suo succinto costume in due pezzi che fece sospirare milioni di giovani maschi in tutto il mondo, con un reggiseno a serpenti intrecciati davvero suggestivo e lo slip-gonnellina che lasciava immaginare tutto senza far vedere nulla.

Carrie Fisher interpretò anche il secondo e il terzo capitolo della serie, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi”. Ma il sentiero glorioso della fama l’aveva stordita fino a portarla all’uso e all’abuso di alcol e droga, che quasi le fecero mancare il secondo e ultimo appuntamento con la celebrità. Nel cult “Blues Brothers” interpreta infatti un ruolo piccolo ma fondamentale, quello della fidanzata abbandonata davanti davanti all’altare ai cui piedi John Belushi invoca una serie di scuse sempre più improbabili: «... le cavallette...». Ebbene: era così preda dei suoi demoni lisergici che John Landis fu più volte sul punto di cacciarla dal set. Fu allora che decise di affrontare i propri fantasmi con la frequenza agli Alcolisti Anonimi, per scoprire poi che soffriva di un disturbo bipolare. Anche la vita sentimentale era stata turbolenta: breve flirt con Dan Aykroyd protagonista di “Blues Brothers”, nel 1983 matrimonio con il cantautore Paul Simon, matrimonio durato solo un anno, a cui seguirono varie fasi di riavvicinamento e rottura, fino al 1991. Si è molto parlato anche di un legame con Harrison Ford proprio ai tempi di “Guerre stellari”. L’aveva rivelato lei stessa in un altro libro, “The Princess Diarist”. A quei tempi lei aveva 19 anni e Ford 33, ed era sposato con due figli. «Ero davvero inesperta, ma qualcosa in lui mi ispirava fiducia: era gentile». Aveva anche aggiunto: «Non ricordo molti dettaglia per via di quanto era forte l’erba preferita da Harrison». Due anni dopo Ford divorziò dalla moglie di allora, Mary Marquardt.

L’ultimo bagliore di fama l’ha avuto nel 2015, con l’uscita dell’ultimo film della saga, “Il risveglio della Forza”. La produzione le aveva chiesto di dimagrire di 15 chili e lei sarcastica aveva commentato: «Non vogliono ingaggiarmi tutta, ma solo tre quarti di me!». 

Ciao, malinconica, struggente, sexy, bellissima, perdente, sciagurata principessa Leila. Che la Forza sia con te.