La comunità scientifica sostiene che, se non porremo un serio rimedio all'attuale surriscaldamento globale, l'umanità assisterà alla totale scomparsa delle barriere coralline entro il 2050, con le previsioni più ottimistiche che spostano questa scadenza in avanti di soli cinquant'anni. Consapevoli che una soluzione seria è tutt'altro che dietro l'angolo, numerosi ricercatori stanno studiando dei metodi per ritardare ulteriormente il punto di non ritorno (alcuni sono linkati alla fine di questo pezzo): l'ultima ricerca in ordine di tempo è quella che ha coinvolto gli scienziati dell'australiana Southern Cross University, che hanno messo a punto un promettente sistema di coltura intensiva. Si chiama “larval reseeding”, traducibile con “risemina delle larve”.

COME SALVARE LA BARRIERA CORALLINA
Il progetto pilota è cominciato un anno fa e ora è stato possibile pubblicare le prime conclusioni. In sostanza, l'idea è di raccogliere grandi quantità di uova e spermatozoi di corallo (classe di animali appartenenti agli antozoi) allo scopo di produrre un numero ingente di larve (nell'esperimento sono state oltre un milione). A questo punto le larve, protette da speciali tende trasparenti, sono state reintrodotte nei fondali vicini all'australiana Heron Island. A un anno di distanza si è potuto constatare che la colonia aveva attecchito e che era stato prodotto il carbonato di calcio di cui sono fatte le barriere coralline.

C'È OTTIMISMO, MA IL PROBLEMA RESTA
Il dottor Peter Harrison, responsabile dell'esperimento, sottolinea che questa tecnica sembra migliore di altre in vista del ripopolamento di zone coralline danneggiate da un drastico calo delle larve. Si tratta però di un intervento che non è risolutore: “Dobbiamo ricordare che rimedi di questo tipo non diminuiscono affatto la necessità di un'azione forte e decisa che riduca i principali fattori del declino della barriera corallina e cioè il cambiamento climatico e il peggioramento della qualità dell'acqua”.

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