Milano, 7 dicembre 2017 - È il giorno di “Andrea Chénier”, del suo atteso ritorno alla Scala, 32 anni dopo: ad accompagnarlo, oggi come allora, il direttore d’orchestra Riccardo Chailly. Sul palco la coppia della lirica Netrebko-Eyvazov e il baritono Luca Salsi che si muoveranno nella Parigi «progettata» da Margherita Palli, scenografa ticinese che nella sua intensa carriera ha collaborato anche con Luca Ronconi, Gae Aulenti, Mauro Avogadro e che oggi torna all’opera con il regista Mario Martone. 

Qual è la rivoluzione di Margherita Palli?

«Quando ti chiamano c’è sempre un tema da affrontare e segui quello, cominci da capo come fosse la prima volta. In questo caso abbiamo alle spalle proprio la Rivoluzione Francese. Martone mi ha dato un input: fra primo e secondo quadro non devono esserci interruzioni, la musica continua. Così è nato questo carillon tragico girevole».

Una giostra enorme: metafora o espediente tecnico?

«Entrambi. La storia gira su se stessa. Ci sono pareti di specchio che diventano trasparenti, da dove i poveri guardano la festa: la rivoluzione c’è sin dal primo atto. È come un Titanic che sta affondando. Fra il primo e il secondo quadro si gira, passano sette anni. È una soluzione che permettere cambi veloci».

Dagli sfarzi alla ghigliottina, come cambiano le scene?

«C’è tutto uno svuotarsi, man mano. Dal primo quadro all’ultimo le scene sono sempre più scarne».

Si tende spesso a inserire elementi della contemporaneità. Scelta controcorrente, la vostra?

«Dove lo metti Andrea Chénier? L’anno scorso “La cena delle beffe” con Martone lo permetteva. Qui sarebbe stato anacronistico. Ci sono racconti di storia vera, Chénier muore per davvero. La chiave di lettura è però molto moderna, ci sono immagini forti».

La tecnologia non interferisce?

«Il girevole si usava a teatro ma a mano, era più faticoso. La tecnologia aiuta: quando non sovastra è un buon matrimonio».

Avete lavorato molto anche nella ricostruzioni degli spazi parigini, c’è il Pont Neuf.

«Io ho vissuto tre anni a Parigi, spesso sono solo accenni, ma Parigi si riconosce. È come Venezia: l’hai già in mente, e la ritrovi sul palcoscenico».

Qual è la scena alla quale è più affezionata, dove si vede più la sua firma?

«Credo che il lavoro dello scenografo sia creare un pezzo, riprodurre l’idea del regista. Se si vede la firma della Palli vuol dire che ho sbagliato qualcosa. Le mie scelte non devono mai sopraffare un racconto».

Dalla Scala alla cena di gala: ci sarà sempre il suo tocco.

«Mi piace fare teatro ma anche mostre, insegnare, creare oggetti. Dedico la stessa passione ai grandi e piccoli lavori. Per la cena di gala ho pensato al centrotavola, un candeliere, e all’albero della libertà. Ho curato le vetrine della Rinascente che celebrano i suoi 100 anni, l’Andrea Chénier e ripercorrono le grandi aperture e i grandi direttori».

Quali registi hanno lasciato il segno nella sua carriera?

«Da Ronconi ho imparato il metodo, il rigore, la passione sul lavoro. Ma cerco ogni volta di entrare nel mondo del regista, in sintonia. Con Martone ho lavorato bene come sempre. La fase più faticosa è l’interpretazione dell’idea, e c’è sempre: devi progettare, fare i conti con i budget. Mi piace la ricerca».

Lei è ticinese, ma ha Milano nel cuore. Emozionata per la Prima?

«Adoro Milano, mi piacciono le città vere, le metropoli, come Berlino e Tokio. Milano ha grande potenzialità che prima erano più nascoste e ora si scoprono. Ci sono musei bellissimi, la Scala, il Piccolo. E c’è la Prima. Anna Netrebko lo ha detto, nessuna inaugurazione è così sentita. Per me è il secondo 7 dicembre. È un momento magico per la città, mi emoziona sempre».

Come si vestirà Margherita Palli?

«Con un vestito che mi ha proposto Colomba Leddi e che diligentemente indosserò e con una spilla che ricorda i colori della coccarda, del gioielliere Stefano Poletti. Avrò i pantaloni, stile sanculotto, non sembrerò una sciura».

La Prima della Scala (inizio alle 18) sarà anche trasmessa in diretta su RadioTre e in tv su RaiUno.