Venezia, 10 settembre 2017 - Ha vinto la bambina abbandonata. Il suo dolore, la sua incomprensione, la sua mancanza di identità hanno conquistato i trecento lettori di questa 55.ma edizione del Premio della Confindustria veneta. “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi) si è aggiudicata il Campiello 2017 con ben 133 voti. Un successo annunciato già dai primi exit poll quando si è capito che la storia della scrittrice odontoiatra avrebbe preso il volo sugli altri autori.

Al secondo posto Stefano Massini Qualcosa sui Lehman” (Mondadori) con 99 voti. Terzo Mauro Covacich La città interiore” (La nave di Teseo) con 25 voti. E a seguire Alessandra Sarchi “La notte ha la mia voce” (Einaudi) e Laura Pugno “La ragazza selvaggia” (Marsilio) rispettivamente con 13 e 12 voti. Dunque ancora una donna conquista la giuria popolare con un romanzo di sentimenti e violenza, dopo il successo lo scorso anno di Simona Vinci e della sua toccante vicenda dei malati mentali. «Sono felice, inaspettatamente» ha detto la Di Pietrantonio subito dopo la proclamazione. «Cosa farò ora? Berrò un bicchiere di bollicine che per me, che sono astemia, è davvero tanto».

“L’Arminuta” (la Ritornata in dialetto abruzzese) racconta di una bambina nell’Abruzzo degli anni Settanta data in affido dai genitori poveri a una coppia di zii benestanti, i quali pensano bene alla fine di un percorso interiore di rispedire come un pacco la ragazzina di 13 anni alla madre e al padre biologico. Con tutto ciò che poi comporta quel ritorno. Quindi la maternità voluta e rifiutata.

La vittoria della Di Pietrantonio ha sbaragliato ancora una volta le previsioni della vigilia. Tutti avrebbero giurato che ci sarebbe stato un testa a testa fra Covacich e Massini, ma i trecento lettori, selezionati fra uomini e donne di ogni ceto e provenienza professionale in ogni regione d’Italia, hanno ribaltato tutto. Un segno questo di vitalità e trasparenza del Premio Campiello.

L’edizione 2017 è stata tutta caratterizzata da una sorte di dualismo narrativo: la parte selvaggia e la società con le sue regole; il dialetto e l’italiano; il corpo e la paralisi; la vita agricola e l’alta finanza.

Tre autrici donna, due uomini e nel mezzo la scrittura che dà vita a storie universali e diventa linguaggio interiore.

In realtà hanno vinto tutti e cinque gli scrittori premiati ieri sera sul palco del Teatro La Fenice nel corso di una cerimonia fluida e per la prima volta vivace, condotta da Natasha Stefanenko e Enrico Bertolino. Oltre alla super vincitrice Di Pietrantonio, sono stati premiati anche il ventunenne Andrea Zancanaro, vincitore del Campiello Giovani con il racconto “Ognuno ha il suo mostro”, Francesca Manfredi con “Un buon posto dove stare” (La nave di Teseo) vincitrice del Campiello Opera Prima e Rosetta Loy “scrittrice raffinata, mai prona alle suggestioni delle mode passeggere”, che ha ricevuto il Premio Fondazione Il Campiello, già aggiudicato ad Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Claudio Magris e lo scorso anno a Ferdinando Camon. Felicissima di tornare, la Loy, 86 anni (vinse il premio nel 1988 con “Le strade di polvere”) ha raccontato: «Quando ho saputo del Premio è stata una cosa sorprendente. Io pensavo di essere aldilà, di aver oltrepassato il limite. Pensavo di non viaggiare più e invece mi sono detta: andrò a Venezia». E poi rivolgendosi ai giovani: «Non fidatevi delle notizie che avete al momento. Dovete approfondire per diventare adulti coscienti. Dovete difendere la forza meravigliosa del vostro pensiero».