Modena, 12 settembre 2017 - Ogni volta che scriviamo due righe lapidarie su Twitter, o magari pubblichiamo una foto su Instagram, diamo libero sfogo alla nostra espressività e un po’ ci mettiamo in mostra: «Quasi tutte le nostre attività ordinarie, dalla maniera in cui decoriamo il salotto al modo in cui ci vestiamo o ci trucchiamo, ci possono far sentire come artisti: i social media sono ormai parte di quell’orizzonte», spiega convinto il professor Daniel Miller, docente alla University College di Londra e pioniere dell’antropologia digitale. Dal 2012 ha coordinato il progetto “Why we post” (Perché “postiamo”), mettendo a confronto le modalità di utilizzo dei social in vari Paesi, fra cui l’Italia. E di questa “Esibizione” di noi stessi in rete parlerà al Festival Filosofia (dedicato alle Arti, da venerdì 15 al 17 settembre tra Modena Carpi e Sassuolo), nella lezione di sabato 16 a Sassuolo.

Professor Miller, «why we post»? Per sentirci più partecipi del mondo? Per dare un segno della nostra presenza? Per esibizionismo?

«La risposta sta proprio nel termine “social media”. Come il telefono, i social sono principalmente un’estensione della nostra capacità di essere sociali, ma con un repertorio più vario: per esempio, rispetto alla conversazione tradizionale, includono le componenti visuali. Dunque non possiamo ridurli a una o dieci cose: praticamente ogni àmbito in cui siamo coinvolti oggi, famiglia, lavoro, religione, intrattenimento, politica, gossip e amicizia, finisce per essere parte dell’uso e delle conseguenze dei social media. In tempi brevi, diventeranno parte integrante della vita in società».

Ma quando “viviamo” sui social, quanto ci distacchiamo dalla vita reale?

«Le faccio un esempio. A volte, dopo aver ascoltato una telefonata, diciamo: “Sembrava ci fosse un problema, ma nella vita reale com’è la vostra relazione?”. Fare questa distinzione non ha senso. Allo stesso modo, i social media sono parte della vita reale, come il lavoro o il calcio».

E perché spesso nei social media si sfogano rabbia, cattiveria o sentimenti che resterebbero repressi?

«Fin dagli esordi, la rete internet è stata usata come uno spazio per dire cose perché magari altrove, nella quotidianità, la gente si mostrava poco interessata alle nostre opinioni. Il semplice fatto di mettere online i nostri punti di vista non significa che la gente si preoccuperà di leggerli, ma ci può aiutare a sentirci in grado di averli espressi».

Studiando i vari Paesi, avete individuato differenze nel modo di utilizzare i social media: quali sono le più sorprendenti?

«Ci sono notevoli differenze nell’uso dei social media in ciascuno dei nove luoghi che abbiamo testato. Per certi versi, ad esempio, i social sono meno importanti in Puglia, perché là le persone sentono di aver già una vita sociale molto soddisfacente. Ma per i lavoratori di una fabbrica cinese, i social sono divenuti il posto principale in cui vivere, perché la vita offline sarebbe piuttosto misera».

E i selfie?

«Esistono differenti tipi di selfie, e variano anche fra culture incrociate. Per esempio, in Italia le persone vogliono perlopiù apparire eleganti e alla moda quando si presentano sui social, mentre a Trinidad essere eleganti vuol dire essere diversi da tutti gli altri: per questo, nei selfie, spesso si sfoggia un taglio di capelli o un abito che altri non utilizzerebbero».

I social media possono rendere le persone più felici? O rischiano di alimentare solitudine e infelicità?

«I social hanno sempre conseguenze simultanee ma opposte. Una neomamma con un bebé si sente più connessa agli amici, ma anche più consapevole di quello che sta perdendo perché è costretta a rimanere a casa. La stessa tecnologia che aiuta a opporsi ai regimi repressivi può essere utilizzata per la sorveglianza. Lo stesso accesso alla conoscenza che aiuta la tua educazione può essere anche una distrazione dall’educazione. I social dunque possono rendere la gente tanto felice quanto infelice».

Allora i social non sono buoni o cattivi...

«Sono sempre contraddittori. Detto questo, mi sembra difficile che qualcosa che chiamiamo “social media” possa rendere la gente più individualista».

Anni fa non avevamo i social media, e le relazioni erano diverse. Oggi potremmo farne senza?

«In contrasto con quasi tutte le altre convinzioni, la nostra ricerca suggerisce che i social siano più conservatori rispetto alle relazioni. Per esempio, la famiglia spesso viene disunita dalle forze moderne e ci sono persone che accettano lavori in luoghi distanti: si utilizzano quindi i social per cercare di ricostruire la famiglia che si sente di aver perduto. Ed è già chiaro che i social media non hanno limiti fissati: nell’arco di pochi anni saranno parte della comunicazione quotidiana».