Roma, 14 settembre 2017 - Il nome di Douglas Fitzgerald Dowd probabilmente non dice nulla al grande pubblico, ma qualche lampadina si accenderà nelle menti di molti se diciamo che suo figlio Jeff è la persona che ha ispirarto il personaggio del Drugo nel film “Il grande Lebowski”, opera di culto dei fratelli Coen, indimenticabile, surreale ritratto dell’America dei “loser”, i perdenti, descritti come ineffabili e arguti antieroi. “Doug” Dowd, morto venerdì scorso all’età di 97 anni nella sua casa di Bologna, la città che aveva scelto per la terza fase della sua lunga vita, era un professore di storia e di economia dalle idee radicali, un personaggio che è stato al centro della lunga vicenda dei movimenti pacifisti e di liberazione negli Stati Uniti. È una figura, la sua, da mettere accanto ad altre due icone della cultura “radical” statunitense, come Noam Chomsky, 88 anni, linguista di fama mondiale e critico implacabile della politica ufficiale statunitense, e come Howard Zinn, scomparso nel 2010, noto per la sua celebrata «Storia del popolo americano dal 1492 a oggi», una controstoria degli Stati Uniti scritta mettendosi nei panni dei sottomessi: la classe operaia, i nativi americani, gli immigrati...

Nato nel 1919 nella Little Italy di San Francisco da madre ebrea d’origine russa e padre figlio di immigrati irlandesi, Douglas Dowd costruì fin dall’adolescenza il suo punto di vista politico sul mondo. Un grande sciopero dei portuali a San Francisco nel 1934, con la repressione che ne seguì, fu il suo battesimo del fuoco, insieme con l’esperienza della guerra, con i quattro anni trascorsi sui campi di battaglia nel Pacifico come pilota dell’Aeronautica. Entrò all’Università grazie alle agevolazioni previste per gli ex combattenti e dopo la laurea in economia a Berkeley cominciò una fortunata carriera accademica, che l’avrebbe portato anche alla prestigiosa Cornell University, fino all’approdo in Italia alla John Hopkins di Bologna e all’Università di Modena. Attivista contro il maccartismo, leader del movimento pacifista (nel 1970 visitò il Vietnam del Nord con Chomsky e Zinn), schierato con i suoi studenti nel ’68, fu inserito dai servizi di sicurezza – come ricorda il “New York Times” nel ritratto che gli ha dedicato nell’edizione di ieri – nell’elenco dei 65 portavoce «radicali e/o rivoluzionari» attivi nei campus universitari degli Stati Uniti. Nel ’68 fu nelle liste elettorali del Peace and Freedom Party, che candidò alle presidenziali un leader del movimento Black Panthers. Dowd, nei suoi libri di critica all’economia dominante, considerava il capitalismo un sistema basato sulla continua espansione e sullo sfruttamento; sosteneva che la guerra fredda, più che una risposta al pericolo costituito dall’Urss, era una strategia di diffusione del capitalismo.

Il figlio Jeff, quanto all’impegno politico, è stato degno del padre. Nel 1970 Dowd junior fu arrestato a Seattle durante una manifestazione di protesta contro la prolungata detenzione di alcuni attivisti appartenenti a un gruppo pacifista ispirato proprio da Dowd senior. “Il Grande Lebowski” si ispira a Jeff, ma un episodio raccontato da Doug in un’intervista del 2002 al mensile “Una Città” è degno del film: «Nel ’67 ero in un gruppo che protestava contro la Cia e il Dipartimento di Stato e mi trovai a una grande manifestazione in uno stadio a Detroit. Quando è stato il mio turno, mi sono alzato e ho iniziato: “La prima cosa che voglio dirvi è: pisciamo sulla nostra bandiera!”. E dal pubblico si levò un boato».

Da bravo professore, Dowd non mancava tuttavia di criticare certe strategie dei gruppi più radicali («Non dobbiamo abbandonare l’idea – scrisse una volta – che un movimento può raggiungere i suoi obiettivi senza violenza»). Nonostante i molti insuccessi della politica “radical”, Doug Dowd è rimasto ottimista fino all’ultimo. Lo spiegò nell’intervista del 2002: «Nessuno è in grado di prevedere il futuro e non c’è alcuna base scientifica per rinunciare a sperare» .