Firenze, 13 agosto 2017 - "Paura? No. Siamo solo un po’ sulle spine ma la vita sull’isola scorre serena. La minaccia della Corea del Nord è stata presa seriamente in tutto il mondo tranne che qui". Roberto Fracassini, fiorentino di 80 anni, di cui quasi 30 passati a Guam, in quella striscia di 549 chilometri quadrati, grande come l’isola d’Elba e immersa nel cuore della Micronesia, in collegamento via Skype, sorride. E mostra dalla webcam un volantino di due paginette. È l’opuscolo che la Guam Homeland Security, la costola del governo Usa che protegge l’isola, ha distribuito ai suoi 162mila abitanti, nessuno escluso. Anche a lui, corrispondente consolare dalle Marianne dell’Est per la Farnesina.

Roberto FracassiniFracassini, cosa c’è scritto in quel volantino?

«Le procedure da seguire nel caso si verifichi un attacco nucleare, come individuare una lista di potenziali rifugi in cemento. Oppure la raccomandazione di non guardare l’esplosione perché potrebbe rendere ciechi».

Un salto indietro ai tempi della Guerra Fredda.

«Sì, lo scenario descritto è apocalittico, ma garantisco che qui la popolazione non è affatto intimorita.

Al Ferragosto di fuoco mancherebbero meno di 48 ore.

«La fiducia c’è: speriamo tutti seriamente in un intervento diplomatico che possa sbrogliare questa crisi».

Tra l’altro capitata agli sgoccioli della stagione turistica di Guam. Un caso?

«Può darsi che non sia una scelta casuale, molti turisti qui sono proprio giapponesi e sudcoreani ma anche fra loro ci sono state pochissime disdette o cancellazioni registrate dal Guam Visitor Bureau. Tutti i negozi sono rimasti aperti».

Ha parlato con il governatore di Guam, Eddie Calvo?

«In questi giorni è stato impegnatissimo, ma il suo messaggio è uno solo: restare sereni perché l’isola non corre rischi».

La comunità italiana di Guam come ha reagito alla crisi?

«Sull’isola sono presenti circa 25 italiani, nessuno di loro ha dato segno di voler lasciare Guam. Perfino il governo filippino, la cui popolazione costituisce la maggioranza dell’isola non ha richiesto piani di evacuazione».

Due giorni fa il Pacific Daily News, uno dei principali quotidiani dell’isola ha titolato: «14 minuti».

«Tanto sarebbe il tempo che i missili nordcoreani impiegherebbero a raggiungere Guam. Ma qui le persone vivono la minaccia come una provocazione e pensano che l’arma migliore sia l’indifferenza. Hanno fiducia in Trump e chi non c’è l’ha in lui, la ripone in tutto il sistema di gestione statunitense».

Dunque ombrelloni aperti contro la paura?

«L’unico timore che c’è è per il clima di tensione che ormai si è creato. Potrebbe non esaurirsi in breve tempo. Ma la soluzione diplomatica appare l’unica percorribile. In questi momenti ritorna lo spettro del ‘pulsante’ sbagliato pigiato per errore. Qui però la popolazione è abituata, l’ultima minaccia arrivò pochi anni fa proprio dal padre di Kim Jong-un».