Esteri

Sul braccio di ferro tra la Spagna e la Catalogna per il referendum indipendentista si è scritto molto. Ma ora che ci si avvicina il D-day è utile spiegare la sfida per sommi capi. Dunque: il governo separatista della Catalogna ha organizzato per domenica primo ottobre un referendum sulla indipendenza dalla Spagna. Madrid ha respinto in toto l'iniziativa, bollandola come illegale, sostenuta a spada tratta dalla magistratura che l'ha definita incostituzionale. La polizia spagnola, su istruzione delle autorità centrali, ha arrestato alti esponenti catalani, sequestrato schede elettorali e perquisito vari edifici regionali nel tentativo di impedire lo svolgimento del voto. I catalani irriducibili per tutta risposta sono scesi in piazza, pronti a sfidare Madrid. 
Secondo la controversa legge catalana, il risultato è vincolante e l'indipendenza deve essere dichiarata dal Parlamento due giorni dopo la proclamazione dei risultati da parte della Commissione elettorale. Il presidente catalano Carles Puigdemont ha insistito: "Nessun tribunale o organo politico" può sospendere il suo governo dal potere.  Inoltre una app è stata messa in funzione per aiutare gli elettori a trovare i seggi, ma oggi una magistrata del Tribunale Superiore della Catalogna, Mercedes Armas, ha ordinato a Google di ritirarla.
E' comunque difficile immaginare che il voto possa svolgersi in libertà. I partiti fedeli alla Spagna che hanno vinto il 40% nelle elezioni catalane del 2015 boicottano il voto. Per questo il 'no' è probabile che sarà minimo e altamente non rappresentativo. Allo stesso tempo sarà difficile per Madrid negare il successo dei secessionisti catalani se ci sarà una forte affluenza. La dichiarazione di indipendenza entro 48 ore dall'annuncio di una vittoria del 'si' appare una eventualità altamente improbabile: Carles Puigdemont ha detto che "una dichiarazione unilaterale di indipendenza non è sul tavolo". 

FOTO / La marcia dei trattori nel cuore di Barcellona

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