Parigi, 23 aprile 2017 - 21 APRILE 2002, primo turno delle presidenziali: la Francia scopre stupefatta che il candidato socialista Lionel Jospin è stato sconfitto da Jean-Marie Le Pen, il capo del Fronte Nazionale. Per gli elettori – non solo quelli della gauche – è un trauma dal quale non si riprenderanno nemmeno il 5 maggio, quando al secondo turno Jacques Chirac spazzerà via Le Pen con un clamoroso 82,2 per cento. Sono passati 15 anni: il partito dell’estrema destra francese ha un leader che porta lo stesso nome, Le Pen, ma che ha una visione e un programma politico ben diversi. Marine, la figlia del patriarca, eletta presidente nel 2011, ha lavorato in profondità in questi sei anni per svecchiare il partito, renderlo meno ‘diabolico’, accreditarlo alla corte dei Grandi. 
 
RIECCOLA oggi, primo turno delle presidenziali 2017, per l’ennesima volta in competizione. I sondaggi, quasi unanimi, affermano che supererà la prova; gli stessi sondaggi in compenso prevedono che non vincerà al secondo turno e non diventerà presidente della Repubblica. Molti politologi specializzati nell’estrema destra, da Pascal Perrineau a Elisabeth Lévy a Pierre-André Taguieff, sono convinti del resto che la stessa Marine non se lo auguri: il partito non è pronto, le querelles interne fra sostenitori della linea dura del padre e del pragmatismo moderno della figlia non sono ricomposte. Meglio restare all’opposizione per il momento.
 
QUEL CHE gli analisti comunque non mancano di mettere in evidenza, è come la tematica di Marine Le Pen abbia influenzato e a volte forzato il discorso politico nel suo insieme, come le parole-chiave dei suoi interventi – Nazione, patria, libertà, onore, preferenza nazionale – abbiano spiazzato gli altri candidati costringendoli a correre là dove non avrebbero voluto. Prendiamo il caso di François Fillon: incalzato sui temi dell’immigrazione, del terrorismo, del laicismo, della sovranità nazionale, ha finito per slittare verso l’ultra-destra sperando di guadagnare consensi o almeno di non perderne. Come poteva permettere Fillon che il mito gollista di una Francia potente e indipendente (quella che rifiutò di far parte del comando integrato della Nato, quella che si dotò dell’arma nucleare) si personificasse in Marine Le Pen? Il problema di Fillon è che non può, alla pari di Marine, cavalcare in libertà argomenti come l’identità nazionale, l’anti-multiculturalismo, il sovranismo che inevitabilmente si tradurrebbero in arringhe contro l’Europa; è stato solo a caldo, dopo l’attentato dell’altra notte sugli Champs-Elysées, che Fillon si è spinto a evocare la necessità di rinegoziare il trattato di Schengen e inasprire i controlli alle frontiere...
 
ANCHE Emmanuel Macron è apparso in difficoltà su argomenti che pure premono all’opinione pubblica (immigrazione, terrorismo, Islam): i suoi potenziali elettori del centro e della gauche non apprezzerebbero prese di posizione che presumono appartenere all’ultradestra. Non dimentichiamo che già Sarkozy nel 2012 era andato a caccia di voti sulle terre del Fronte Nazionale: con i risultati che sappiamo. «Marine Le Pen è un incubo per i suoi avversari perché dice cose che la maggior parte dell’opinione pubblica condivide e che gli altri non osano dire», osserva il politologo Guillaume Bernard (La guerra à droite aura bien lieu, Editions Desclée de Brower). «L’immagine di Marine Le Pen è sotto certi aspetti quella tradizionale di una donna che fa politica, ma al tempo stesso esprime un ideale di virilità nel discorso populista che spiazza tutti», aggiunge Julie Boudillon (Une femme d’extrème droite, ENS Editions).
 
CHIEDENDOSI come mai, secondo quanto affermano le analisi degli istituti demoscopici, Marine Le Pen piaccia a oltre la metà degli operai e dei disoccupati francesi, la Bodillon trova una spiegazione nel tipo di comunicazione mediatico-politico adottata dalla paladina del Fronte Nazionale: le magliette con la scritta France Bleu Marine, le bandierine e cartelli su cui è stampato lo slogan France, Marine, Liberté, il fatto di esporre solo le bandiere tricolori francesi e non quelle europee nel corso delle conferenze stampe, le citazioni tratte dal repertorio gollista offrono da una parte l’immagine di un leader moderno, dall’altra un saldo legame con il patrimonio storico e culturale nazionale. «Ha inventato un discorso antisistema per conquistare il potere in seno al sistema che continua a denunciare. Un paradosso geniale», commenta lo storico Pierre-André Taguieff.