«LA CRISI GRECA? Purtroppo è molto semplice: l’Europa non sa proprio come risolvere i problemi». È lapidario, Luigi Zingales (nella foto), economista e professore alla Chicago Booth School of Business. «Il rischio di Grexit o default è molto concreto, non sorprende l’annuncio del governo che dice di non avere i soldi per rimborsare il Fondo monetario».

E allora, professore, non c’è soluzione? «In realtà io ho fiducia nei meccanismi economici per contrastare queste crisi e gli eventuali contagi. Ma anche se ci fosse un impegno illimitato della Bce, l’Europa, che è stata fatta mettendo il carro davanti ai buoi, non ha la volontà politica incondizionata di controllare l’instabilità. Non si fa prima la moneta e poi lo Stato!».

Quindi è concreto un effetto contagio? Anche per l’Italia? «Se Atene esce dall’euro e adotta un’altra moneta, il contagio ci sarà sicuramente. Però è un contagio psicologico. È sempre così: se gli italiani vedono file di greci agli sportelli delle banche, certamente si faranno condizionare e faranno la stessa cosa. Come a Cipro. Purtroppo nessuno, e non solo tra gli economisti, è in grado di leggere la psicologia collettiva, a volte irrazionale. Ricordiamoci che durante la prima guerra in Iraq, gli italiani svuotarono gli scaffali della pasta nei supermercati...».

Quanto dovremmo temere? «La situazione è incerta. Se la Grecia fa default, l’Italia rischia come tutti gli altri, con i suoi 40 miliardi di esposizione. Altro che bocciatura Ue della ‘reverse charge’: non sono 700 milioni di Iva a fare la differenza».

Intanto anche Mario Draghi lancia l’allarme: troppe divergenze rischiano di affossare l’euro. «Sono molto preoccupato per la frase di Draghi. Un banchiere centrale non parla mai a sproposito. E lui, poi, soppesa le parole come se fossero grammi d’oro. È un messaggio politico che segna un serio contrappasso: prima diceva ‘salverò l’euro, costi quel che costi; farò tutto il possibile, e sarà sufficiente’. Ecco, adesso mi sembra che stia dicendo ‘tutto il possibile potrebbe non bastare’».

Tornando alla Grecia, è praticamente impossibile tornare indietro? «Tanti Paesi hanno fatto default nella storia, anche la stessa Germania, dopo la Prima guerra mondiale. Però nel 2010 Atene era già sostanzialmente fallita, e per contenere le eventuali perdite delle banche tedesche e francesi si impose un aggiustamento senza fare default del debito. E così i costi di quella disciplina severa sono stati altissimi, anche in termini sociali, per il popolo greco».

Quindi nulla di strano se ora Atene dice di non poter pagare il Fmi... «Non mi sorprende affatto. D’altra parte, lo stesso Fondo sapeva nel 2010 che quell’accordo, una medicina data in dosi non sostenibili, non poteva funzionare».

Perché si è arrivati a tanto? «L’anno scorso i greci sembravano fiduciosi che la questione si potesse risolvere. Poi, in estate, c’è stato un irrigidimento tedesco. E Berlino deve capire che Syriza e Tsipras hanno vinto le elezioni anche per questo motivo. Da allora una parte della classe dirigente europea si è dimostrata sorda ai segnali elettorali, facendo a gara a chi insulta di più il governo greco. Le conseguenze sono ovvie».

Non c’è da stupirsi che salga il consenso degli euroscettici. «Beh, ma l’euroscetticismo, anche populista, di destra o di sinistra, è solo colpa dell’incapacità degli europeisti...».

Questa Europa, pur in crisi, è ormai un attore economico globale. Come la vedono gli Stati Uniti? «Syriza e la Grecia in generale godono di una stampa migliore che in Europa. Gli Usa guardano all’euro, certo, ma la vera preoccupazione è dal punto di vista geopolitico. Gli americani hanno paura che Atene si allei con la Russia».