E non si dica ora, con Seneca, che «il castigo del delitto sta nel delitto stesso». Non si consideri circostanza attenuante il fatto che si siano costituiti. Non si indugi più di quanto è imposto dal codice penale sulla loro minore età. Non si attribuisca all’abuso di droghe quel che appartiene alla natura dei singoli uomini. Non ci si azzardi ad almanaccare sociologicamente sulle condizioni disagiate di vita, sulla marginalità dei poveri immigrati, sulla mancanza di una guida, di valori e di sostegno sociale. I delitti commessi a Rimini dai tre giovanissimi africani, due dei quali si sono consegnati ieri alla giustizia, e dal loro complice ancora (e scommettiamo per poco) latitante, sono orribili. Il castigo dovrà essere esemplare. Le fattispecie di reato che gli verranno presumibilmente contestate, violenza sessuale di gruppo aggravata e rapina, non bastano: occorre il tentato omicidio. Hanno tramortito, quattro contro uno, a bottigliate un ragazzo. Hanno picchiato, seviziato e violentato a turno una giovane donna. Poi hanno riservato il medesimo trattamento a una trans. 

Ma prima di accanirsi sulla trans, quando si trovavano ancora in riva al mare, hanno gettato in acqua la loro vittima. L’hanno fatto, pare, affinché rinvenisse, per poterla violentare di nuovo con maggior soddisfazione. Ma se anche fosse stata questa la motivazione del gesto, noi che siamo gente semplice lo interpretiamo come un tentato omicidio. Come altro definire l’azione di chi butta faccia in giù in mare una persona priva di sensi dopo averla massacrata di botte? Due dei tre arrestati si sono costituiti, è vero. E allora? Cosa significa? Significa forse che sono pentiti? Significa che erano squassati dai sensi di colpa? Suvvia, siamo seri. Ce la racconteranno così, perché è logico che così ci venga raccontata. Ma si sono costituiti otto giorni dopo i fatti. Si sono costituiti quando hanno sentito sul collo il fiato del questore di Rimini Maurizio Improta, luminoso esempio di ‘sbirro’ all’antica, e dei suoi uomini. Si sono costituiti nel giorno in cui il nostro giornale ha pubblicato la loro foto: hanno perciò capito che erano stati ormai individuati e, spinti dal padre, hanno scelto di anticipare i tempi dell’arresto sperando che un giudice ‘buono’ interpreti la decisione come un segno di ravvedimento. Ma l’interpretazione del ravvedimento spetta, semmai, al buon Dio. Da un giudice ci si aspettano sentenze giuste e non v’è uomo o donna liberi da condizionamenti politicamente corretti ed effettivamente raziocinanti che non consideri giusto in un caso del genere esercitare il massimo della durezza possibile. Tanto, sappiamo come vanno le cose. Sappiamo che se anche venissero condannati a vent’anni di prigione ne sconterebbero poco più della metà, mentre le loro vittime mai si riprenderanno dalle violenze subite.