Ai politici capita raramente: troppo calati nella realtà, troppo dipendenti dallo status quo. Sono di solito gli artisti, i poeti e i filosofi a prevedere il corso tortuoso della Storia. Era il 1932, la Catalogna, annessa dalla Spagna borbonica nel lontano 1714, aveva appena ottenuto il proprio primo statuto autonomista, quando in un celebre discorso pronunciato all’Assemblea costituente spagnola il filosofo José Ortega y Gasset levò un monito oggi di stretta attualità: «Uno Stato in decadenza fomenta i nazionalismi». Allora, la decadenza degli Stati era prevalentemente culturale e Ortega y Gasset apparteneva a quel filone di intellettuali europei rivoluzionari e al tempo stesso conservatori che sin dagli anni Venti intravedeva nella temperie dell’epoca i segni di un Occidente avviato al tramonto. Al tramonto culturale dell’Occidente si è aggiunta in tempi recenti la crisi politica degli Stati. La globalizzazione dei mercati e lo svuotamento di sovranità delle istituzioni statuali a beneficio di un’Europa priva di un’anima politica hanno creato un vuoto.

Vioto di politica, vuoto di radici, vuoto di identità. Ma una politica realmente “potente”, così come le radici di un’identità collettiva, sono esigenze primarie dell’uomo, e quando vengono a mancare gli uomini le vanno cercando dove possono. Si spiega così l’odierno ritorno alle “piccole patrie”, agli orgogli nazionali, ai localismi. Si spiegano così il referendum (fallito) sull’indipendenza scozzese del 2014, il voto dei cittadini britannici contro la permanenza nell’Unione europea nel 2016 e, naturalmente, le odierne, straordinarie tensioni tra Barcellona e Madrid. Catalogare tali istanze alla voce “irrazionalità” è un nonsenso: la nazionalità è l’eredità dei secoli e, come osservava il filosofo francese Raymond Aron, «è impressa nelle anime e non nelle idee». Può perciò condurre a scelte apparentemente illogiche e persino autolesionistiche, ma comunque coerenti con un sentimento profondo e profondamente radicato. A tutto questo si aggiunge un ulteriore detonatore: la crisi economica. Non è un caso che il nazionalismo catalano abbia vissuto un’accelerazione dal 2010, anno in cui la Spagna sfiorò il default. Anni di crisi, di recessione, di sacrifici. E poiché la Catalogna è il motore dell’economia spagnola e versa allo Stato centrale più di quel che riceve, ecco che l’idea dell’indipendenza si fa forte non più solo di un impulso spirituale ma anche di un calcolo materiale. Lo stesso calcolo che spingerà i lombardi e i veneti a votare al referendum indetto dalla Lega il 22 ottobre e passivamente accettato da tutte le forze politiche a partire da Pd e grillini. Al netto dei vincoli giuridici e costituzionali, frantumare gli stati nazionali non è la soluzione. Ma non capire da dove nascano queste spinte centrifughe è folle. Comunque vada a finire, la crisi catalana ci ricorda che il potere della politica e l’identità delle nazioni vanno preservati e finché l’Europa resterà un’incompiuta buonsenso vuole che, come diceva Ortega y Gasset, lo si faccia all’interno dei confini statuali.