Individuati gli interlocutori giusti, legittimato il generale Haftar, fatto affluire quasi un miliardo di euro a vario titolo e attraverso i canali più disparati: è così che l’Italia è riuscita ad arginare i flussi migratori dalla Libia (con ciò rassicurando l’opinione pubblica nazionale) e al tempo stesso a consolidare la propria egemonia sulla sua ex colonia (con ciò garantendo gli interessi dell’Eni e dei tanti imprenditori italiani che fanno o intendono fare affari tra Tripoli e Tobruk). La Germania è dalla nostra parte, Francia e Regno Unito no. Miravano a sostituirci, non ci sono riusciti, l’hanno presa male. È da un paio di mesi che il ministero dell’Interno e la Farnesina attendono una reazione. È da pochi giorni, qualche settimana, che hanno capito quale sarà il terreno scelto per metterci in difficoltà: i diritti umani. La campagna internazionale comincia ora a prender forma, ha già coinvolto ong come Medici senza frontiere, coinvolgerà presto le Nazioni Unite.

Orrore, è il ritornello, non potendo più imbarcarsi alla volta dell’Italia, i poveri migranti finiscono reclusi nei campi libici e lì vessati, affamati, derubati. C’è del vero, ma è una verità antica. I campi profughi sono luoghi orribili in tutto il mondo e la Libia non fa eccezione. Non fa eccezione oggi, come non faceva eccezione in passato, ma solo adesso si levano i lamenti dei professionisti dei diritti umani. Non è un caso. La regia è degli apparati di sicurezza francesi e britannici, che si servono delle ong e si serviranno dell’Onu per mettere in mora il governo italiano. La stessa dinamica e gli stessi canali usati ai tempi della Guerra Fredda dall’Unione sovietica per mettere in difficoltà gli Stati Uniti e i Paesi della Nato. Una grande ipocrisia: i diritti umani come arma sporca della diplomazia. 
Il ministro dell’Interno Marco Minniti lo sa, e un po’ per rassicurare quella parte dell’opinione pubblica più incline all’idealismo, un po’ per neutralizzare la campagna anti italiana, sta cercando di convincere le autorità libiche ad autorizzare controlli occidentali nei siti dove vengono ammassati i profughi. È possibile che ci riesca. Come? Utilizzando gli stessi mezzi messi in campo per arginare le partenze. Decisiva è stata la presa d’atto che il premier tripolino Serraj, considerato a lungo dall’Onu e dall’Italia l’unico interlocutore libico legittimo, non conta nulla. Perciò Minniti ha stretto un patto col leader di Tobruk, il generale Haftar. Gli ha dato garanzie politiche, molti soldi e costosissimi sistemi radar. Sfruttando le informazioni raccolte quando era responsabile politico dei servizi segreti, ha poi stabilito un legame ad oggi solido con i capi tribù e i capifila del traffico di migranti. Qui la politica ha contato poco, molto hanno contato i soldi. Quasi un miliardo. Un fiume di denaro, in piccola parte riversato anche in Ciad, Costa d’Avorio e Mali, tale da far impallidire i guadagni dei trafficanti. Comunque meno di quel che l’Italia avrebbe speso per fronteggiare gli sbarchi e gestire, malamente, l’accoglienza dei profughi. Speriamo che duri.