Roma, 12 settembre 2017 - Cadono, con le parole mai così chiare di papa Francesco, molte maschere e parecchi alibi. Ora che gli accordi stretti con la Libia dal ministro Minniti per arginare i flussi migratori hanno avuto l’ imprimatur del Pontefice, per molti sarà difficile continuare a evocare il fascismo, il razzismo, l’egoismo nazionale. Onore, dunque, al realismo del Papa. Dal quale, però, sarebbe irrealistico aspettarsi analoga nettezza sull’integrabilità dell’Islam in quanto tale, o sul rapporto tra Islam e Isis. Ci proviamo noi. E lo facciamo con tutta la schiettezza di cui siamo capaci: l’Islam è responsabile del terrorismo islamico. Questo, ovviamente, non significa che tutti gli islamici siano terroristi, ma andrà pur ricordato che Gesù Cristo morì in croce e che Maometto era invece tipo da decapitare i maschi e vendere le donne delle tribù che non lo riconoscevano come profeta.

Non tutti i musulmani sono terroristi, certo, ma è possibile sostenere, senza essere per questo tacciati di estremismo, che la violenza dell’Isis e dei suoi emuli per spirito e modalità è nel solco della tradizione e della mitologia islamica? La “Guerra santa” ( Jihad ), la supremazia della legge coranica ( Sharia ) su quella dello Stato, il disprezzo fino alla lapidazione dell’infedele e dell’ateo: sono tutte questioni interne all’Islam. Per non dire della condizione femminile. La segregazione, il velo, i matrimoni combinati, l’infibulazione... In un’Inghilterra ormai pakistanizzata, lo scorso anno ci sono stati 431 casi di donne sfregiate con l’acido. C’entra nulla la religione? Da Londra a Parigi, da New York a Bali, da Mosul a Barcellona, i terroristi erano ricchi e poveri, etero e gay, nativi e immigrati. Avevano una sola cosa in comune: la religione islamica, e quasi sempre un contatto diretto con un imam. Una guida spirituale. Dunque, secondo l’Islam, un capo. Si può allora sostenere, senza per per questo subire irritanti “scomuniche” religiose o morali, che l’Islam è responsabile del terrorismo islamico? Non è una cattiveria, non è una generalizzazione, non è una posizione ideologica. È semplicemente la verità. Una verità che forse papa Francesco non ritiene tale e che di certo mai enuncerebbe in pubblico. Lo fa oggi, a pagina 4 del nostro giornale, un altro gesuita: padre Henri Boulad.