Roma, 31 dicembre 2017 - Si chiude un anno difficile, ma, tranquilli, nella percezione degli italiani il prossimo anno sarà anche peggio. Non siamo una nazione di ottimisti, questo si sa. E la nostra scarsa inclinazione collettiva all’autostima, che dell’ottimismo è il presupposto, è conseguenza del fatto che, tutto sommato, non siamo neanche una nazione. Non per sentimento, almeno. Né per volontà storicamente manifestata. Non stupisce, dunque, che l’odierno sondaggio di Antonio Noto tracimi pessimismo sia dall’argine politico sia da quello economico. Intendiamoci, tanta negatività risponde in parte a un sano realismo: il quadro politico è oggettivamente frammentato; gli effetti benefici della flebile ripresa economica ancora non vengono percepiti da aziende, individui e famiglie. E seppure ha una certa oggettività il fatto che siamo (anche) il popolo europeo più pessimista nei confronti dell’Europa, la ragione non basta a spiegare questa nostra cronica mancanza di fiducia nel futuro.

C E LA PORTIAMO dentro per ragioni storiche, evidentemente. E infatti da una recente ricerca svolta dal Reputation Institute in 13 nazioni risulta che il 56% degli italiani ha un giudizio negativo sul proprio Paese. Siamo in coda alla classifica. In Francia, Paese che da sempre ha un’alta concezione di sé, i pessimisti rappresentano solo il 27% della popolazione. È questo, dunque, lo spirito con cui affronteremo il nuovo anno. Sarà un anno complesso, già lo sappiamo. Dovremo trovare 20 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva. Dovremo, probabilmente con una manovra correttiva, contenere l’indebitamento in prossimità dell’1,6% come prescrittoci dalla Commissione europea. Dovremo provare a incrementare la crescita del Pil. Dovremo inventarci una formula di governo che assicuri un po’ di stabilità. Dovremo, o meglio, dovremmo, con due emme, riformare le istituzioni per temperare la dissennata riforma federalista del 2001 e per velocizzare, dando più forza al governo, il processo decisionale. E dovremmo anche darci un sistema elettorale più efficace, possibilmente ispirandoci al doppio turno di collegio francese. Ce la faremo? Il sentimento nazionale dice di no, e infatti i più pessimisti tra i politici e gli intellettuali già evocano Weimar, ovvero l’ingovernabilità e il caos che in Germania precedettero l’avvento del nazionalsocialismo. Pessimisti ai limiti del catastrofismo. In un raro impeto di ottimismo, ci sentiamo invece di fare una previsione diversa. Se vinceremo il pur legittimo richiamo dell’astensionismo e andremo a votare pensando non di fare dispetto a qualcuno ma di fare del bene a un’Italia mai come oggi bisognosa di stabilità. Se avremo memoria delle grandi prove date dalla nazione nel dopoguerra come ci rammenta un recente saggio dello storico italoamericano Robert Leonardi. Se accetteremo il fatto che il trasformismo è la vera costante della nostra storia nazionale. Se, se e ancora se... ce la faremo. Poi, certo, è possibile che ci troveremo alle prese con formule politiche provvisorie. Ma, come osservava il grande Giuseppe Prezzolini, «in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio». Buon Anno, e buona fortuna, a noi!