L'uomo ha perso la forza, la donna ha perso la pazienza. Entrambi, agli occhi dei loro figli, hanno perso l’autorità. I costumi cambiano, d’accordo. Cambiano i valori e cambiano di conseguenza anche i ruoli. Per molti aspetti è un bene. E’ un bene che chi nasce povero possa oggi ragionevolmente sperare di morire ricco, è un bene che chi nasce donna abbia riconosciuti i medesimi diritti di chi nasce uomo. Pur nel solco di un lento ma costante cambiamento, però, per millenni si è data per acquisita una differenza sostanziale tra uomo e donna e per millenni il maschio ha potuto coltivare la propria virilità aderendo ad una delle tre tipologie virili tradizionali e alle loro naturali evoluzioni storiche: il monaco, il cacciatore e il guerriero. Ebbene, per la prima volta nella storia dell’umanità lo schema tradizionale è saltato. Mai come oggi, religione, caccia e guerra sono state disprezzate. Mai come oggi si sono affermati in campo maschile valori e modelli prettamente femminili: la pace, il dialogo, la sensibilità, la dolcezza, il perdono... Il maschio è in crisi. La virilità, quando c’è, viene nascosta con vergogna.

Il combinato disposto della cultura sessantottina e degli interessi di un’élite globale che ha tutto da guadagnare dall’annullamento di valori e differenze, stanno dando vita a un uomo nuovo: l’uomo non uomo. Trionfa la cultura gender, si afferma il genere unisex del consumatore globale, si fa largo l’idea che in natura non esistano differenze: quella di uomo e di donna non è più una condizione, ma una scelta. Nessuno osa alzare un sopracciglio ascoltando l’attrice Angelina Jolie teorizzare il cambio di sesso per la propria figlia. Molti inorridiscono ascoltando l’attrice Catherine Deneuve fare la distinzione tra stupro e corteggiamento volgare, riconoscendo al maschio il diritto alla rozzezza senza che questa diventi necessariamente una colpa, o, peggio, un reato. Si deve all’antropologo statunitense Melford E. Spiro un illuminante studio sulla vita all’interno dei kibbutz israeliani. Erano gli anni Settanta e Spiro osservò come, nonostante avessero ricevuto un’identica educazione e vivessero in un unico ambiente, nei kibuz le bambine emulavano i ruoli femminili tradizionali (ad esempio, simulando la maternità) e i bambini emulavano i tradizionali ruoli maschili (ad esempio, simulando la guerra). Esistono, dunque, dei fattori “preculturali” che determinano la differenza tra un genere e l’altro. Fattori presumibilmente dovuti a millenni di storia e a una differente conformazione del corpo e della mente (“L’uomo ama con il cervello, la donna pensa col cuore”, riassunse il filosofo Montaigne). Ma a dirlo oggi si passa per reazionari. Tutto cambia, d’accordo. Non è detto, però, che la società unisex e il modello dell’uomo non uomo rappresentino una conquista foriera di serenità, equilibrio, autorealizzazione e benessere. Balza agli occhi, nel sondaggio che pubblichiamo oggi, un dato: per il 32% dei giovani maschi italiani la virilità non è un valore. Affermazione condivisa solo dal 5% delle ragazze.