Nella seconda metà dell’Ottocento, col realismo e l’ironia che gli erano propri il premier britannico Benjamin Disraeli mise in guardia i cittadini: «Esistono tre tipi di bugie: le bugie, le bugie sfacciate e le statistiche», disse. I numeri ingannano. Le élite politiche se ne sono sempre servite per dimostrare la bontà delle proprie ricette di governo, ma mai come oggi ne hanno abusato sfacciatamente. Se ne capisce il motivo. L’autorità è in crisi, la politica ha perso credibilità: sostituendo alla parola la cifra, leader di partito e capi di governo ritengono di riappropriarsi, attraverso una presunta evidenza scientifica, di quella capacità di persuasione che hanno smarrito sia sul piano umano sia su quello politico. I numeri, ha pertanto osservato il sociologo Ilvo Diamanti, sono diventati «il nuovo dio: peccato che, per definizione, siano molto meno obiettivi e infallibili di quanto si creda». Tesi credibile, non foss’altro perché ad enunciarla è un signore che con i numeri ci campa. 

Due giorni fa la Banca d’Italia ha rivisto al rialzo le stime del Pil per il 2017. Nonostante si sia trattato di una previsione, e nonostante questa previsione smentisca analoghe previsioni precedentemente fatta dalla medesima Banca d’Italia, l’ex premier Matteo Renzi ieri rilanciava quei dati come fossero il Verbo divino e li esibiva agli occhi dell’elettorato a dimostrare l’efficacia delle politiche economiche da lui, a suo tempo, varate. Ma il Pil non si mangia. Né coincide automaticamente col livello di benessere o di occupazione della nazione. Il Pil, disse negli anni Sessanta il presidente americano Robert Kennedy, «misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta». 

Discorso analogo a quello sul Pil può essere fatto a proposito dello studio diffuso ieri da Bankitalia, mai così accondiscendente nei confronti del governo (malizia: che sia un modo per far ingoiare a Renzi il rospo della riconferma del governatore Visco?), circa il «significativo impatto» che il bonus di 80 euro avrebbe avuto sull’economia reale. C’è solo un problema: le statistiche raccontano una realtà che gli italiani non riscontrano nella loro vita di tutti i giorni. Non c’è pertanto da stupirsi se dal sondaggio di Antonio Noto che pubblichiamo oggi risulta che solo il 7% dei nostri concittadini ritiene che nell’ultimo anno le proprie condizioni economiche siano migliorate. Tutti gli altri percepiscono un ristagno o un peggioramento. E si capisce. I salari restano bassi, la disoccupazione non è calata, il 25% delle famiglie continua ad indebitarsi o a erodere i propri risparmi per arrivare a fine mese, il 70% degli under 35 vive con i genitori non per capriccio ma per necessità. Sono numeri anche questi, ma descrivono una realtà diversa rispetto a quella cui alludono i dati sul Pil. Una realtà di segno opposto. Sarà un nostro limite, sarà che non abbiamo il blasone dell’economista, ma tendiamo a credere alla realtà percepita dagli italiani piuttosto che a quella esibita dalle statistiche.