Si è perso qualcosa. Si è perso il senso dello Stato, della sua autorità, dei suoi poteri, della sua legittimità. Lo certifica lo scandalo menato dalla quasi totalità dei commentatori e da buona parte del ceto politico globale di fronte al goffo e tutto sommato blando tentativo della Guardia Civil spagnola di impedire il referendum per l’indipendenza della Catalogna. «Brutale repressione», è stato il giudizio. Svetta per astrazione, come sempre, la Commissione europea. «La violenza non può mai essere uno strumento in politica», ha sentenziato il portavoce, Margaritis Schinas. Ohibò: bisognerà aggiornare i manuali di Scienza della politica. Avevamo, infatti, studiato che lo Stato moderno nasce per superare l’arbitrio della violenza tra gli uomini (Thomas Hobbes) e si fonda sul «monopolio dell’uso legittimo della forza fisica» (Max Weber). Comunque la si pensi, il referendum catalano viola la Costituzione spagnola del ‘78 che prevede l’indissolubilità dell’unità nazionale. È pertanto un atto eversivo. E se gli Stati non hanno il diritto di usare la forza per difendere la Costituzione e i propri confini viene da chiedersi quando mai possano usarla “legittimamente” e per quale bizzarra ragione siano ancora dotati di forze armate. Si è arrivati a questo dopo decenni di delegittimazione della politica, di depauperamento delle sovranità statuali, di adeguamento culturale al birignao del politicamente corretto. Si sono smarriti i fondamentali, si è persa la capacità di discernimento: l’uso della forza fisica da parte di un singolo viene equiparato all’uso della forza fisica da parte di uno Stato, così delegittimandolo in radice. Fare la rivoluzione diventa un diritto umano. Che poi il premier spagnolo Mariano Rajoy si sia dimostrato inadeguato e non abbia avuto alcuna capacità di mediazione politica, è vero. Ma questo è un altro discorso.