Assecondarlo o censurarlo? Guardando martedì sera Matteo Renzi da Floris, è stato evidente da subito che il segretario del Pd stava recitando una parte: aveva chiaramente deciso di essere riassunto in un titolo tipo “Renzi sfida Di Maio” e stava mettendo in scena la sua narrazione. Lo faceva “alla Renzi”, scattando la foto e scrivendo anche la didascalia. Non limitandosi, ad esempio, a seminare un legittimo sospetto sulle potenzialità di Di Maio premier, ma, a dimostrazione di una gravità che solo lui ha sperimentato sulla propria pelle, sostenendo che nella funzione di capo del governo tocca anche assumere decisioni drammatiche tipo ottemperare o meno alla richiesta del presidente americano di mandare 400 soldati in zona di guerra. Tutto scodellato lì in televisione, tutto raccontato secondo un canovaccio studiato parola per parola, virgola per virgola.Un dubbio, però, deve aver assalito i cronisti e i direttori di giornale: racconto il messaggio o racconto il messaggero? Trasmetto il tema politico oppure lo ignoro preferendo mettere a nudo la strategia e i doppi fini del suo interprete?

A sfogliare i quotidiani del giorno dopo si capisce che a prevalere è stata la seconda opzione: fioriscono i retroscena; la sfida a Di Maio non compare in alcun titolo e spesso neanche nei pezzi. Non è un caso, è ormai una regola. È successo anche lo scorso giovedì. Il treno di Renzi è arrivato a Ferrara, il segretario del Pd ha incontrato le associazioni dei cittadini turlupinati dalla banca cittadina, Carife, e ha annunciato l’istituzione di un fondo a sostegno di risparmiatori e investitori ‘traditi’. La notizia, comunque la si volesse giudicare, c’era. Ma i giornali hanno omesso di riportarla nei titoli e nella maggior parte dei casi persino negli articoli.

Che Matteo Renzi abbia ormai contro l’intero sistema dei media è evidente; che i media abbiamo rivoluzionato il proprio modo di rappresentare la realtà politica lo è altrettanto. Quel che nel caso di Renzi è macroscopico, vale anche, in proporzioni diverse, per gli altri leader politici: loro parlano, i giornali parlano d’altro pur parlando di loro. È cambiato il mondo. Per decenni i politici decidevano il messaggio da lanciare e i quotidiani ne davano conto alla pubblica opinione. In maniera critica, magari, ma il messaggio veniva generalmente preso sul serio e sul serio veniva trasmesso ai cittadini. Non è più così, da un po’ di tempo a questa parte il meccanismo si è spezzato. I leader non vengono più presi sul serio. Né dai giornalisti né dagli elettori. Difficile dire se sia più colpa dei politici e del loro parlare spesso a vanvera cavalcando di giorno in giorno onde diverse e a volte contraddittorie degli umori popolari o se sia invece colpa dei giornalisti sempre più cinici, esibizionisti e interessati prevalentemente alle proprie elucubrazioni retroscenistiche. Forse, sono vere entrambe le tesi. Ma se entrambe le tesi fossero vere sia i politici sia i giornalisti dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza.