Roma, 14 luglio 2017 - IL GOVERNO fa uscire, sia pure informalmente, il costo del possibile stop all’innalzamento dell’età pensionabile, dal 2019, a 67 anni (dagli attuali 66 anni e 7 mesi): ebbene, per bloccare il meccanismo che lega l’incremento dei requisiti previdenziali all’aumento dell’aspettativa di vita occorre trovare 1,2 miliardi di euro. Anzi, secondo il più recente report della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo della spesa pensionistica, quest’ultima potrebbe tornare a salire, in relazione al Pil, proprio dal 2019, quando usciranno dal lavoro le generazioni del baby boom. «Si apre una nuova fase di crescita – si legge – che porta il rapporto al 16,3%, nel 2044». 

Per poi tornare a calare, per effetto «sia della progressiva eliminazione delle generazioni del baby boom sia dell’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento in funzione della speranza di vita». *Due avvertimenti dell’esecutivo, insomma, per mettere in mora coloro che fanno pressing affinché nella legge di bilancio venga inserito il blocco dell’aumento. Ma gli ex ministri del Lavoro, Maurizio Sacconi e Cesare Damiano, promotori di un appello-proposta per fermare la corsa dei requisiti, non ci stanno. E rispediscono al mittente i numeri. I sindacati, a loro volta, si dichiarano pronti alla mobilitazione se il governo dovesse eludere i nodi posti al tavolo del confronto: dal blocco dell’età pensionabile alla pensione minima di garanzia per i giovani con carriere discontinue, fino ai bonus contributivi per i lavori di cura e di assistenza familiare principalmente per le donne.

DI CERTO, i due presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato sono intenzionati a non mollare la presa. «Le fonti anonime che hanno fatto la stima di 1,2 miliardi – attacca Sacconi – sono quantomeno incolte: noi abbiamo proposto una diversa modulazione del meccanismo, non la sua cancellazione e, nello stesso tempo, gli oneri dovrebbero essere definiti in presenza di una ipotesi precisa e per un arco temporale di almeno dieci anni». Insomma, «spiacenti, ma con me e Damiano la politica non si fa a spanne. Neanche da parte delle fonti di governo». E Damiano incalza: «Quando si parla di previdenza siamo abituati a sentire stime di ogni genere, il più delle volte infondate. In ogni caso, se anche si trattasse di 1,2 miliardi, sarebbero risorse ben spese, soprattutto a vantaggio di giovani e donne».
Il governo, comunque, almeno per il momento, morde il freno. «Valuteremo con i sindacati se il grado della discussione tecnica ci consente un confronto politico», spiega il ministro del Welfare Giuliano Poletti. Ma la partita si giocherà anche sul piano politico e politico-elettorale. Lunedì, per cominciare, è in programma nella sede del Pd un vertice sulla riforma della previdenza. A parlarne saranno i protagonisti: Poletti e i leader di Cgil, Cisl e Uil. Per i dem il vicesegretario Maurizio Martina e il responsabile per il lavoro Tommaso Nannicini.

LE SCELTE finali avverranno in autunno, quando si dovrà mettere mano alla manovra per il prossimo anno e quando, in assenza di interventi, i direttori generali del Lavoro e dell’Economia dovranno firmare il provvedimento sull’innalzamento di 5 mesi, dal 2019, dei requisiti: da 66 anni e 7 mesi a 67 per la pensione di vecchiaia e da 42-41 anni e dieci mesi a 43-42 anni e tre mesi rispettivamente per uomini e donne, per la pensione anticipata. Anche se, in conclusione, vale la pena di sottolineare come la soglia dei 67 anni dovrà comunque essere raggiunta nel 2021 proprio per disposizione della riforma Fornero, a prescindere dall’aspettativa di vita.