Roma, 4 ottobre 2017 - Bankitalia e Corte dei Conti bocciano ogni intervento di alleggerimento della riforma Fornero: il sistema pensionistico italiano funziona così com’è e non va toccato, perché in caso contrario sarebbero a rischio i conti pubblici. Il che, tradotto, significa che non ci dovrà essere nessun blocco dell’innalzamento dell’età pensionabile: questa dovrà aumentare dal 2019 di 5 mesi, come ha stimato l’Istat, e raggiungere quota 67 anni. Un doppio no che trova la netta opposizione dei sindacati, ma che è già stato accolto di fatto dal governo. Per ora, infatti, non ci saranno ‘mance elettorali’.
 
La manovra 2018 resta a quota 20 miliardi. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, chiude quasi tutti gli spiragli. A disposizione c’è una dote di appena 5 miliardi: i restanti 14,7 serviranno per scongiurare l’aumento dell’Iva previsto dalle cosiddette ‘clausole di salvaguardia’. La manovra sarà non solo light ma anche in linea con quella strategia di contenimento della spesa che ha consentito al Paese di «irrobustire» la ripresa e di creare dal 2014 ad oggi un milione di nuovi posti. 

Ma vediamo i capitoli della legge di Bilancio. E partiamo da ciò che non vi sarà. Ad essere escluse sono proprio le modifiche invocate dai sindacati, che hanno ribadito la richiesta di congelare l’aumento dell’età pensionabile collegato all’aspettativa di vita. Ebbene, tanto per gli economisti di Palazzo Koch quanto per i magistrati contabili vanno confermati «i meccanismi di adeguamento automatico di alcuni parametri, come i requisiti anagrafici di accesso alla evoluzione della speranza di vita e la revisione dei coefficienti di trasformazione». Un’impostazione condivisa dalla Ragioneria generale dello Stato e dal governo. Al massimo si allargheranno le maglie dell’Ape social per le donne che hanno figli (fino a due-tre anni di sconto sui contributi richiesti per accedervi) e si accoglieranno le domande presentate in più a luglio scorso.
 
Limitate, però, saranno anche le disponibilità per gli altri capitoli. Per la decontribuzione al 50% a favore dei neoassunti, la spesa nel 2018 si ferma a 338 milioni. Una cifra che limiterebbe la platea agli under 29. In bilico lo sconto ulteriore di uno-tre punti sui contributi dal 2019 a favore sempre dei giovani stabilizzati, con possibile vantaggio anche sullo stipendio netto per circa 200 euro mensili. Confermata la proroga del super-ammortamento e dell’iper-ammortamento per le aziende. Misure che costeranno 900 milioni, con effetti sui conti solo nel 2019. Non a caso, lo stanziamento (comprese le misure per l’occupazione) sale a 2,1 miliardi nel 2019 e a quasi 4 nel 2020. Più risorse per gli investimenti pubblici: 300 milioni nel 2018, 1,3 miliardi nel 2019, quasi 2 miliardi nel 2020. 
In arrivo 600 milioni in più sul reddito di inclusione. Una dote che sale a 900 milioni nel 2019 e a 1,2 miliardi nel 2020. Per finanziare gli aumenti nel pubblico impiego (circa 85 euro al mese) e rimpinguare le leggi di spesa in vigore, previsti 2,6 miliardi che diventano circa 3 nel biennio successivo.

Quanto alla voce tasse e tagli, circa 10 miliardi saranno coperti in deficit e utilizzando la flessibilità promessa dall’Ue a Padoan. Gli altri 8,6 miliardi arriveranno da nuove entrate. E, più della metà, dalla lotta all’evasione (obbligo della fatturazione elettronica, split payment, stretta all’uso del contante). La restante parte sarà coperta dalla spending review (1 miliardo) e dai tagli ai trasferimenti per i ministeri. Non è escluso neanche la possibilità di sperimentare in tempi rapidi la web tax.